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Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ Italia, il "salvataggio" delle banche che ci consegna alla Troika

Ignazio Visco (Lapresse)Ignazio Visco (Lapresse)

E dunque? Dunque quello che si intravede attraverso il polverone concitato di queste ore è molto semplice: per l’Italia, con 2249 miliardi di debito pubblico per circa il 135% del Pil, la possibilità di rientrare nelle cervellotiche proporzioni del “Fiscal compact” dettato dal ministro tedesco Schauble o anche semplicemente di invertire la tendenza all’aumento del debito è ridottissima. L’Italia dovrebbe riuscire a sviluppare un “avanzo primario”, cioè un saldo attivo tra le entrate erariali totali (tasse, imposte, accise e servizi vari) e uscite correnti (stipendi, acquisti, investimenti) di almeno 100 miliardi di euro all’anno per poter, con essi, ripagare gli interessi sulla montagna di debito in essere e conservare un margine con cui spesare la differenza tra rimborsi di vecchi titoli in scadenza ed emissioni, in quantità inferiore, di nuovi titoli. Cento miliardi di avanzo primario sono un miraggio, per moltissime ragioni. Occorrerebbe una “macelleria sociale” di impianto greco, per provarci: senza avere peraltro alcuna certezza di riuscirci.

Ma allora, se così stanno le cose, cosa conta aggravare ancora di 40 miliardi il debito pubblico se, almeno, in cambio, si riesce a dare una spinta alle banche? L’ostilità dei banchieri a quest’ipotesi si spiega più come un atteggiamento di apparenza che di sostanza. Da una parte è vero che con lo Stato nel capitale cambierebbero alcune regole del gioco a loro gradite, dai maxistipendi alla gestione autocratica del potere creditizio, e questo non piace a chi è più sano, che in fondo nel salvataggio delle banche decotte vedrebbe una distorsione della concorrenza. Dall’altra parte, se il salvataggio di una banca oggi può transitare solo - com’è stato con Atlante - attraverso forme di “colletta” finanziaria privatistica, il sistema non ha le spalle larghe abbastanza per salvare nessun’altro.

C’è poi la richiesta italiana di sospendere gli effetti del “bail-in”, cioè della pretesa di colpire con i costi di un dissesto bancario non solo gli azionisti privati della banca in crisi - che possono essere stati semmai ingenui, o truffati, come nel caso delle due banche venete, ma erano comunque soggetti decisi a investire i loro soldi e non solo a custodirli nel conto corrente - bensì anche gli obbligazionisti. Nella realtà italiana, e non da pochi mesi ma da molti anni, le obbligazioni bancarie erano diventate un fenomeno di risparmio di massa, per cui sono milioni gli italiani medi che hanno comprato, più o meno ignari di quel che facevano, le obbligazioni della banca di cui erano azionisti e che rischiano di rimetterci le penne. Convinti di comprare titoli arci-sicuri, garantiti dal sistema collettivo: quasi fossero titoli di Stato. Ora, vederseli portar via genera davvero desolazione, crisi, drammi umani.

Il governo vorrebbe scongiurare quest’ennesimo rischio. Sia perché socialmente davvero sanguinoso, sia perché elettoralmente devastante. Ancora una volta, si tratta di chiedere oggi pietà all’Europa per una norma approvata anche dall’Italia, senza un briciolo di lungimiranza, a causa di quella iattanza inconsistente che distingue in particolare la classe politica italiana da molti governi. E ancora una volta la murena europea spalancherà volentieri la sua bocca per incastrarci meglio.

Eppure, nonostante le fatali complicazioni future che comporterebbe, una soluzione straordinaria che aiuti in questa fase drammatica le banche italiane appare indispensabile. A un prezzo politico esoso, ma in fondo comunque prima o poi inevitabile.

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