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Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ Italia, il "salvataggio" delle banche che ci consegna alla Troika

Per le banche italiane sembra prossimo un intervento pubblico per evitare il peggio. Tuttavia, ricorda SERGIO LUCIANO, si tratta di un altro passo verso la rinuncia alla sovranità nazionale

Ignazio Visco (Lapresse)Ignazio Visco (Lapresse)

Come la bocca di una murena, l’Unione europea è qualcosa dove più entri meno puoi uscirne, se dovessi a un tratto decidere di farlo. E la determinazione - in sé giusta - con cui il governo Renzi sta negoziando con Bruxelles una soluzione straordinaria per la crisi delle nostre banche è destinata a un qualche magari parziale ma consistente successo proprio per questo: sarà per l’Italia un altro, decisivo passo verso la rinuncia a quella sovranità nazionale che prelude al dominio della “Troika” che già governa la Grecia. Quindi è prevedibile che le istanze italiane verranno alla fine accolte, con molto sussiego di facciata, e per il nostro Paese sarà un bene e, insieme, una capitolazione: ai partner europei, prima fra tutti la Germania, l’Italia al guinzaglio è l’unica che piace. 

I nazionalismi non c’entrano: è solo business, per gli Stati forti dell’Unione il nostro Paese è un osso da spolpare, come sta già visibilmente accadendo alla luce del sole. E un sistema bancario sorretto da uno Stato indebitato oltre misura è una cessione in più di sovranità autentica a chi su quel debito ha l’ultima parola, cioè non Roma ma Berlino. 

Va detto che, su questo fronte, il governo in carica non ha colpe storiche: quelle appartengono ai governi Berlusconi e Monti che non colsero - dietro l’apparente immunità delle nostre banche alla crisi dei derivati che aveva indotto i partner europei a rifinanziarle nel biennio 2008-2009 con ben 671 miliardi di euro di denaro pubblico, tra capitale e prestiti - il male oscuro che covava nei loro conti: cioè il deteriorarsi dei loro attivi (quindi della qualità dei crediti esigibili dai loro debitori) a seguito della crisi economica. La crisi economica reale ha fatto esplodere le sofferenze bancarie. Ma di questo si paga il conto oggi. 

Sette anni fa, l’Italia scelse la strada di fare il fenomeno, e si limitò a chiedere poco più di quei 4 miliardi di euro che servirono per il Montepaschi (peraltro sotto la forma di quei Tremonti Bond molto redditizi per l’erario e dunque tutt’altro che “parassitari”, grazie alla cui conversione tra qualche settimana lo Stato diverrà azionista di riferimento formale dell’ex colosso creditizio senese).

Oggi gli oltre 200 miliardi di sofferenze bancarie che pesano sul sistema, e che sono ancora in crescita secondo la stessa statistica dell’Associazione bancaria italiana e sono coperti da garanzie per circa la metà, rappresentano una palla al piede. Tolto forse il gruppo Intesa Sanpaolo, nessuno osa più rischiare nell’erogazione di nuovi crediti, e davvero - come recita il vecchio adagio - si prestano solo i soldi ai novantenni purché accompagnati dai genitori. 

Ecco perché il governo - di fronte ai disastri del nostro comparto bancario in Borsa dopo la Brexit - ha troncato gli indugi: c’è un’emergenza e bisogna intervenire. E pur tra mille tentennamenti di circostanza l’Europa ha accettato di trattare. Che sia un maxi-fondo tipo Atlante, ma a capitale prevalentemente pubblico, che acquisti le sofferenze ai valori di mercato, come fece vent’anni fa il ministero del Tesoro costituendo la “bad bank” che raccolse i cocci del Banco di Napoli; o che siano vere e proprie iniezioni di capitali freschi del Tesoro nelle banche malconce, a cominciare -ancora - dal Montepaschi, o che sia un mix tra questi strumenti, si vedrà. Certo che senza il denaro pubblico il salto di qualità necessario non si compie. Basti pensare che il Fondo Atlante, finanziato prevalentemente dal gruppo Intesa con altre banche private e solo per un 10% dello Stato, ha già praticamente esaurito la sua dotazione per intervenire nella Popolare vicentina e in Veneto Banca solo sulla loro primissima necessità di sopravvivenza...