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SPILLO/ Le finte soluzioni per l'Europa dopo la Brexit

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Purtroppo anche in ambito cattolico le voci non sono all’altezza della situazione. Mi riferisco in particolare al commento di Ettore Gotti Tedeschi, che sul quotidiano Il Giornale se la prende con il dilettantismo e gli errori dell’Ue. E come conclude? Qual è la sua ricetta? Eurobonds, investimenti chiave per la crescita, protezione del sistema produttivo più vulnerabile da competitori stranieri, creazione di una bad bank per proteggere le banche in crisi per crediti in difficoltà. Insomma, un modo diverso per dire alla fine la stessa cosa: più Europa. Dobbiamo invece essere coscienti di quale sia il piano economico e sociale previsto per i prossimi anni. Ce lo stanno ripetendo in ogni occasione utile: “l’Europa ha bisogno di 40 milioni di nuovi lavoratori entro il 2050”. Mancano 34 anni per far entrare 40 milioni di lavoratori, cioè oltre un milione di immigrati all’anno. E devono essere immigrati, non possono essere nativi europei, gente che pretende diritti e pretende di essere pagata in modo adeguato. No, deve essere gente che fugge dalla guerra, dalla miseria e dalla fame, che si accontenti di un tozzo di pane e nessuna garanzia e nessun diritto sul lavoro. Per questo continua la crisi nel Medio Oriente, per questo continua l’embargo verso la Siria che affama il popolo, per questo continua l’oppressione verso i paesi periferici, a cominciare dalla Grecia.

Invece occorre far ripartire il mercato interno, cioè occorre sostenere l’economia locale, cioè occorrono sistemi di Moneta complementare. E soprattutto occorre quella cosa preziosissima che le istituzioni europee hanno completamente perso: occorre la fiducia. E la fiducia rinasce solo in un incontro, per un rapporto personale che si consolida nel tempo e che trae la sua ragionevolezza da fatti già accaduti. Prima dell’economia locale, occorre una comunità locale che si ponga esplicitamente il compito di “difendere la morale e la civiltà di fronte ai tempi bui che incombono” (MacIntyre).

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