BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

ELEZIONI 2016/ Comunali e referendum, un "partito" è già pronto a festeggiare

Le elezioni comunali sono il primo appuntamento di un lungo processo che porterà al referendum di ottobre. E c’è già chi ha vinto al di là dei risultati, spiega STEFANO CINGOLANI

InfophotoInfophoto

Le elezioni comunali 2016 sono il primo appuntamento di un lungo processo elettorale che si concluderà in ottobre: dalle città alla riforma costituzionale, per Matteo Renzi è una vera maratona. Lunghi mesi di campagna, mesi di promesse, mesi di impegni che prima o poi andranno mantenuti almeno in parte. Da questo semestre bollente emergerà vincitore un solo partito, un partito trasversale e imbattuto: il partito della spesa. Lo dimostra del resto la stessa propaganda per le amministrative.

Tutti i sindaci futuri, di qualsiasi orientamento politico, si trovano di fronte a un problema comune: i bilanci municipali, che sono sballati, chi più chi meno. Ci sono città in bancarotta (e non solo finanziaria) come Roma, altre fatiscenti e non amministrate, come Napoli, alcune più funzionanti altre meno, ma per tutte vale la vecchia battuta del vecchio sindaco Ernesto Nathan che amministrò bene Roma dal 1907 al 1913: non c’è trippa per gatti. Le difficoltà finanziarie dei comuni non possono più essere coperte a livello nazionale e nello stesso tempo nessun comune è in grado ai aumentare le imposte e i prezzi dei servizi fino al punto da portare i conti in ordine. Questa è la realtà, pur con le dovute differenze. C’è qualcuno che l’abbia detto con chiarezza e onestà? Nessuno. Nemmeno il Movimento cinque stelle. La spesa comunale si risana, per i pentastellati, risparmiando sui gettoni di presenza.

Per avere un’idea del dissesto trasversale, bisogna leggere lo studio di Ernst & Young su Roma: Francesco Rutelli entra in carica quando il debito è a 3,6 miliardi e lascia quando è salito a 5,9. Il suo successore, Walter Veltroni, aggiunge un altro miliardo e 21 milioni, e porta il debito a 6,95 miliardi. Nel 2008 arriva Gianni Alemanno e il debito sale a 22,5 miliardi nel 2010, per poi scendere a 14,1 miliardi nel 2014 e a 13,6 miliardi oggi, dopo il passaggio di Ignazio Marino. Per evitare il default il governo Renzi ha varato il decreto Salva Roma ter che prevede ogni anno, fino al 2048, un salvagente di 500 milioni, 300 a carico dello Stato e 200 a carico dei contribuenti romani. Nessun sindaco, finora, ha messo mano agli sprechi che, secondo uno studio di Daniele Frongia funzionario Istat e presidente della Commissione speciale per la riforma della spesa di Roma Capitale, ammontano a un miliardo e 101 milioni l’anno.

In Italia ci sono ottomila aziende municipali la cui efficienza è nettamente inferiore a quella delle aziende private dello stesso tipo, come dimostra uno studio citato nell’ultima relazione della Banca d’Italia. E ci sono aziende comunali che danno scandalo come le romane Ama (rifiuti) e Atac (bus e tram). Ebbene Virginia Raggi, la candidata grillina, ha annunciato che come prima cosa cambierà il consiglio di amministrazione dell’Acea (acqua, luce e gas) che è quotata in borsa e ha azionisti privati. E l’Ama? Buio pesto. E l’Atac? Circola l’idea che venga salvata dalle Ferrovie dello Stato. Cioè con i soldi di tutti i contribuenti, anche i non romani che non hanno contribuito al suo fallimento. Così risana i conti il partito della spesa, a destra, al centro e a sinistra?

Se si guardano le tabelle nell’ultima relazione della Banca d’Italia si vede che la spesa è inchiodata sopra il 50% del prodotto lordo (decimale più decimale meno), nonostante una riduzione sensibile dell’esborso per interessi e per investimenti. La mano pubblica dunque è grande e pesante, tra le più grandi e pesanti d’Europa. Dopo che si parla di spending review da dieci anni, dopo ben quattro commissari e una pila di proposte sulla carta, non è stato ancora possibile ridurre in modo significativo la spesa corrente né migliorarne l’efficienza.