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FINANZA/ Sapelli: arriva lo "tsunami", istruzioni per salvarci

Pubblicazione:domenica 5 giugno 2016

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Le notizie che si affollano sempre più sulla necessità di far fronte alle inevitabili conseguenze che un’eventuale uscita del Regno Unito potrebbe avere sull’Unione europea e che Il Messaggero ha esemplarmente illustrato l’altro giorno ci rimandano a un contesto non solo economico, ma anche internazionale, che un tempo era profondamente diverso da quello odierno perché non aveva irrigidito i sistemi di cambio tra le monete e le regole commerciali e del debito pubblico, in quella gabbia d’acciaio che è oggi l’Eurozona. Eco di tutto ciò la si è avuta anche nell’inusitata durezza che la relazione del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha reso manifesta, con una sostanziale rivendicazione della specificità dell’autonomia del sistema bancario italiano, con accenni spesso non dissimili, non ci si stupisca, da alcuni dei più moderati sostenitori della Brexit.

A causa di questo addensarsi della minaccia della Brexit, in questa convulsa settimana tra il maggio e il giugno del 2016, tra la relazione del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, e la bella parata del 2 giugno che, nonostante tutti gli uccelli del malaugurio, celebra la grandezza dell’Italia repubblicana, mi sono tornate alla mente le giornate del novembre del 1975. Quando a Rambouillet, sotto l’attenta cura di quel grande uomo politico che fu ed è Valery Giscard d’Estaing, si celebrò il primo G-6, ossia la riunione di capi di stato e di governo di Francia, Germania Ovest e Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone e Italia.

Erano anni difficili: anni seguiti alla Guerra del Kippur dell’agosto 1973 con la crisi petrolifera e l’aumento del prezzo del petrolio di ben quattro volte in sei mesi e, soprattutto, con l’avvento di quello che allora si chiamava stagflazione, ossia una stagnazione con inflazione, tutto il contrario di quel che accade oggi. Quel grand’uomo che era allora in Presidente della Francia, Giscard d’Estaingn, propose una riunione delle sei grandi potenze mondiali, d’intesa con Helmut Schmidt, il più grande Cancelliere tedesco dopo la Seconda guerra mondiale. La preoccupazione era immensa. I “trent’ anni gloriosi” di crescita ininterrotta europea e mondiale, seguiti al 1945, pareva dovesse terminare. E questo colse tutti di sorpresa.

È pur vero che i ministri delle finanze di Francia, Gran Bretagna, Germania Ovest, Giappone e Stati Uniti si riunivano da tempo nella sala della Library della Casa Bianca per discutere il da farsi. A queste riunioni, solo occasionalmente, il nostro ministro delle Finanze veniva invitato. E questo suscitava non poche irritazioni in Italia e, stupefacente a dirsi, anche negli Usa. Infatti, furono proprio gli Usa a imporre la partecipazione dell’Italia alla riunione di Rambouillet. È un episodio che occorre ricordare perché solo la perseveranza di Aldo Moro, allora presidente del Consiglio, e del ministro degli Esteri Mariano Rumor consentirono all’Italia di partecipare a quel summit con un’abile mossa diplomatica: non sollecitarono l’invito all’Eliseo, ossia alla Francia, ma diedero via libera al segretario generale della Farnesina, che allora era Raimondo Manzini, affinché agisse sulla base dei contatti personali con i francesi, gli inglesi, i tedeschi occidentali e Washington, e tessesse una tela così da raggiungere l’obiettivo della convocazione.


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