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SPY FINANZA/ La "palla di neve" in arrivo per il prezzo del petrolio

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Non state a sentire quello che dicono telegiornali e quotidiani autorevoli: la riunione di giovedì a Vienna ha sancito la morte dell'Opec. Il cartello dei Paesi produttori di petrolio, di fatto la holding saudita del ricatto energetico, non solo è diviso più che mai al suo interno, ma ha pagato a caro prezzo proprio l'azzardo di Ryad nel rincorrere gli Stati Uniti dello shale oil lungo la strada della sovra-produzione a fronte di prezzi in calo. Tanto che l'altro giorno il governo saudita ha ammesso che quest'anno cercherà di finanziarsi sul mercato obbligazionario sovrano per circa 15 miliardi di dollari, una cosa che non succedeva da decenni e che ci fa capire quale sia la reale situazione del deficit dei sauditi. 

E questa, lo dico chiaramente, è una buona notizia, ma anche uno sviluppo pericoloso: quando Ryad vede nero è pronta a tutto e i civili yemeniti se sanno qualcosa. Tanto più che a sancire la fine dell'Opec è stato il nemico storico dell'Arabia, quell'Iran che ancora prima che iniziasse la riunione si era premurato di smontare le aspettative rialziste del mercato nel giro di poche ore. «Non sono d'accordo sull'introduzione di un limite di produzione collettivo - aveva affermato senza mezzi termini il ministro iraniano, Bijan Zanganeh -. Senza quote individuali non avrebbe senso». Tanto più che Teheran ha le idee chiare su quanto le spetterebbe:?il 14,5% della produzione totale dell'Opec, percentuale che agli attuali livelli estrattivi significherebbe la bellezza di 4,7 milioni di barili al giorno, contro gli attuali 3,5 che l'Iran sta estraendo. Una concessione davvero impossibile da parte degli altri membri dell'Organizzazione, i quali infatti hanno preferito accantonare la questione, spedendo di nuovo al ribasso le quotazioni, dopo l'arrivo in area 50 dollari dei giorni scorsi. 

E a confermare questa diarchia ci ha pensato il saudita Khaled Al Falih, rompendo il silenzio che aveva osservato alla vigilia del vertice nel disperato tentativo di difendere il ruolo dell'Opec:?«Un'Opec nuova, che sarà in grado di fare molto più che discutere, ma che deve sapersi reinventare individuando quale meccanismo riesca meglio a servire i suoi interessi. d oggi, un tetto di produzione forse sarebbe stato prematuro, anche perché?per il momento il mercato sta lavorando per noi». Insomma, il nulla. Corroborato dall'assurda iniziativa di voler diversificare le proprie fonti di produzione aprendo alle rinnovabili, solare ed eolico: a volte la disperazione si sostanzia in maniera ironica, visto che me li vedo proprio i sauditi che ricattano il mondo a colpi di pale e pannelli. Tanto più che la soglia dei 50 dollari al barile per gli esperti del Financial Times è la peggiore possibile: non è un prezzo abbastanza alto da permettere alle economie petrolifere di evitare la crisi, con tutte le sue conseguenze politiche e geostrategiche, e non è abbastanza basso da costringere i Paesi produttori a mettere da parte i contrasti e allearsi. 


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