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SPY FINANZA/ La verità sul lavoro in Europa e Italia

Pubblicazione:martedì 7 giugno 2016

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Riprova di quanto scrivevo ieri riguardo all’Europa del lavoro è l’Austria, in sé un Paese piccolo con circa 8,7 milioni di abitanti, ma proprio per questo che patisce più di altri squilibri demografici e instabilità sociale, tanto più quando la crisi comincia a erodere i margini di certezze su cui si aveva costruito la propria vita. La scorsa settimana sono usciti i dati relativi al mercato del lavoro e a maggio di quest’anno i disoccupati erano 405.570, +2,5% su base annua, con il dato della disoccupazione di lungo termine in serio aumento e la sola Vienna che ha visto i senza lavoro aumentare del 2,7% rispetto al maggio 2015. 

La tabella ufficiale a fondo pagina mostra la dinamica, ma ci mostra anche altro, basta guardare le ultime due voci in basso: gli austriaci hanno visto un calo degli occupati di 1400 unità, -0,5%, mentre gli stranieri hanno registrato un +10,4%. Rubano il lavoro agli autoctoni? 

La questione è differente e ha parecchio a che fare con quanto vi dicevo relativamente alla Germania e alla legge sull’integrazione: le scelte del governo di coalizione austriaco, infatti, facilitano l’assunzione di stranieri quando questi sono richiedenti asilo. In un momento di vacche grasse, questo potrebbe anche essere accettato, ma quando la crisi morde l’intera eurozona, allora certe dinamiche rischiano di andare fuori controllo. Ed è troppo facile ricorrere alla repressione, brandendo il manganello mediatico del politicamente corretto: la gente vuole risposte e comincia a non avere più pazienza nell’attenderle. 

Mi ha molto colpito, in tal senso, un articolo apparso venerdì scorso su Repubblica, il quale dava conto del lavoro di due sociologi della Bicocca di Milano, Giovanna Fullin ed Emilio Reyneri, i quali hanno pubblicato sulla rivista Stato e Mercato del Mulino un articolo (“Mezzo secolo di primi lavori dei giovani. Per una storia del mercato del lavoro italiano”) che racconta come eravamo e come siamo diventati proprio attraverso la prima assunzione, dal dopoguerra a oggi. Un’indagine del tutto originale che esamina i primi lavori in cinque periodi diversi: la ricostruzione post-bellica, il miracolo economico, gli anni della rigidità delle regole sul lavoro, poi quelli che della “deregolamentazione strisciante” e, infine, quelli della precarietà. 

Tra il 1945 e il 1958 quasi l’80% dei giovani cominciava a lavorare prima dei 20 e nessuno oltre i 29 anni, nel periodo dal 1998 al 2009 meno di un quarto dei giovani ha cominciato a lavorare prima dei 20 anni e quasi il 12% dai 30 ai 34. L’età media di inizio del lavoro è cresciuta da 17 anni fino a oltre 23 anni. È cresciuto anche il livello di istruzione. Se nel primo periodo i laureati erano poco più del 2%, nell’ultimo raggiungono quasi il 25%, mentre i giovani con la sola licenza elementare, che erano quasi il 63% nel primo periodo, nell’ultimo sono quasi scomparsi. 

 


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