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BANCHE E POLITICA/ Mps, la "grana" in più per il salvataggio

Mps non è certo in una buona situazione. Un intervento dello Stato sulla banca toscana potrebbe però creare un problema forse poco evidenziato. Ce ne parla GIAN LUCA BARBERO

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Il problema delle sofferenze creditizie italiane non è completamente nuovo; benché domini la scena dei media finanziari internazionali da inizio 2016, risale al cuore della crisi, quando l’intero mondo della politica mise decisamente la testa sotto la sabbia per evitare di prendere posizioni controcorrente che certo non avrebbero ripagato in termini elettorali. Basta dare uno sguardo ai dati: tra il 2010 e il 2015 le sofferenze lorde sono passate da 78 a 201 miliardi di euro (da 37 a 89 miliardi al netto delle svalutazioni già effettuate dalle banche).

L’intero settore bancario è fortemente sotto tiro da inizio anno, sebbene ci si trovi in buona compagnia: autorevoli banche europee, che sembrano non soffrire troppo sul fronte del credito, detengono asset tossici in portafoglio e soffrono di problemi reputazionali di non scarso rilievo.

In Italia gli aiuti alle banche da parte dello Stato sono stati piuttosto modesti: i prestiti obbligazionari statali (i “Tremonti/Monti Bond”) sono stati pressoché integralmente restituiti e anche il fondo previsto dalla normativa sulla risoluzione delle crisi bancarie, già impiegato per il salvataggio di Banca delle Marche, Banca dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti, è finanziato con contributi a carico dell’intero sistema bancario nazionale, oltre ad aver ricevuto una dotazione iniziale da parte dei maggiori istituti nostrani.

Un nuovo esperimento è stato avviato con il fondo “Atlante”, che però ha quasi esaurito le risorse a seguito dell’intervento nella Banca Popolare di Vicenza e in Veneto Banca, dove gli azionisti hanno praticamente visto azzerare i propri investimenti: la liquidità residua, pari a 1,7 miliardi, non sarebbe sufficiente a soccorrere il Monte dei Paschi, sollecitato dalla Bce - secondo indiscrezioni di stampa - a cedere ulteriori 10 miliardi di sofferenze entro il 2018, ben al di sopra delle previsioni del piano industriale.

Gli operatori esteri specializzati nel segmento dei crediti deteriorati (non performing loans, “npl”) richiederebbero uno sconto troppo elevato, costringendo la banca a una nuova ricapitalizzazione, per la quale sarebbe assai complicato reperire le risorse. Non solo, ma l’affidamento a tali operatori risponderebbe quasi esclusivamente all’esigenza, naturalmente non di poco conto, di sanare i bilanci, senza valutare le possibili ricadute sociali: società come l’americana “Cerberus”, leader nel settore della gestione degli npl e in procinto di acquisirne una quota dalla Banca Popolare dell’Emilia Romagna, puntano a ritorni sull’investimento in genere superiori al 15% (molto più elevati del 6% di Atlante), negoziando forti sconti all’atto dell’acquisto dei crediti deteriorati. Attivano le procedure di recupero con i mezzi più spregiudicati che portano a sacrificare imprese e relativi indotti, aumentando quindi la precarietà del lavoro in un momento in cui la ripresa economica è ancora debole. 

È certamente una delle ragioni per cui si preferisce adottare soluzioni “domestiche” che per un verso puntino a creare fondi come “Atlante” (o il probabile nascituro “Giasone”) applicando minori sconti in acquisto dei crediti e, per altro verso, a creare strutture o divisioni interne agli istituti per la gestione del credito problematico, che richiede naturalmente specifiche figure professionali, di cui diverse banche si stanno dotando da tempo.