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SPY FINANZA/ Usa, il "disastro" targato Obama

Pubblicazione:martedì 12 luglio 2016

Barack Obama (LaPresse) Barack Obama (LaPresse)

Nel fine settimana ho cercato di informarmi meglio su quanto sta accadendo negli Stati Uniti e l'ho fatto nell'unico modo che ritengo giusto: seguendo i media di quel Paese attraverso Internet. La mia non è solo sfiducia per quanto riportano i nostri media (pensare a come Giovanna Botteri ha raccontato finora la primarie per il Tg3 già dice tutto), ma consapevolezza che, come nell'Impero romano, gli Usa mandano all'esterno, verso le colonie, un messaggio univoco e standardizzato, ma al loro interno, esattamente come nel Senato di Roma, dibattono. E ferocemente. Sentendo i toni di alcuni commentatori delle principali emittenti a stelle e strisce, mi è tornata in mente la frase che scrisse Lance Morrow sul Time, subito dopo l'11 settembre, in un editoriale dal titolo The Case for Rage and Retribution. Eccola: «Per una volta evitiamo la fatua retorica sulla guarigione. Un giorno non può vivere la sua infamia senza il nutrimento della rabbia. Dobbiamo avere rabbia. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una furia unitaria e unificante in stile Pearl Harbour, un'indignazione spietata che non scompare in una settimana o due». 

Rabbia. Anche Oriana Fallaci utilizzò quella parola come centro e motore immobile della sua crociata post-11 settembre, ma la cosa fondamentale è l'aggettivazione di quella rabbia che utilizzò Morrow: unitaria e unificante. E cos'ha detto, tra le altre cose, Barack Obama durante la conferenza stampa tenuta a Varsavia sabato, prima partire per la Spagna e poi tornare negli Usa? «L'America non è un Paese così diviso». E invece cosa ha detto Donald Trump: «Questo Paese è troppo diviso». La chiave è questa: unire il Paese. 

Il 1 giugno, quindi prima di questa escalation di violenza, sempre sul Time era stato Jeff Kluger a mettere il dito nella piaga con un articolo dal titolo America's anger is out of control, nel quale sottolineava due cose: questa rabbia incontrollata non riguarda solo le elezioni, ma tutta la società e i suoi ambiti. E, secondo, un ritorno alla ragione è possibile. Come? «Se ogni incidente offensivo, ingiusto o insultante si trasforma in un sussulto di furia altamente fruttuosa che finisce dritta nell'amigdala del cervello, cosa ci rimarrà quando ci sarà una vera e giusta ragione per ribellarci infuriati? E questi momenti importanti a volte succedono». Insomma, per Kluger ormai l'odio è qualcosa di moda, un trivializzazzione della rabbia che diventa fashion, ma perde del suo vero valore e di intensità morale e umana. 

È una società disfunzionale quella che vede la gente arrabbiarsi per troppe cose, non una società unita: insomma, Kluger sembra farci capire che serve della sana "furia americana in stile Pearl Harbour" per unificare il Paese e sterilizzarlo da troppe diatribe inutili, figlie della confusione, in primis dell'establishment. Serve un altro 11 settembre per far tornare uniti gli americani? O, più inquietante: dobbiamo aspettarci un altro 11 settembre da qui al voto presidenziale in autunno? Giudizi come quelli di Kluger sembrano preconizzare qualche cosa, ma ovviamente è soltanto una tensione intellettuale, non certo un messaggio in codice. 


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