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SPY FINANZA/ Il guaio in più per la Bce di Draghi

Mario Draghi (LaPresse) Mario Draghi (LaPresse)

Il 23 giugno, il risultato al referendum britannico sull'uscita dall'Ue colpì duramente Deutsche Bank, il più grande istituto europeo operante nella City e che vede il 19% delle sue revenues generate proprio nel Regno Unito. Il 29 giugno è il Fmi a definire in un suo studio Deutsche Bank «il più grande rischio sistemico a livello bancario», mentre il giorno dopo la Federal Reserve annuncia che l'istituto tedesco ha fallito gli stress test negli Usa, a causa di «insufficiente risk management e pianificazione finanziaria». Senza parlare poi dell'esposizione nozionale lorda ai derivati, qualcosa come 57 trilioni di dollari: cosa succederebbe al derivative book della banca se questa divenisse insolvente? 

Non capiterà, per il semplice fatto che la Bce è già oggi costretta a intervenire e a inventarsi qualcosa. Il motivo è semplice: il rischio legato al Qe che vi palesavo fin dal suo annuncio, si sta sostanziando. L'Eurotower sta infatti finendo la platea di securities eligibili all'acquisto da monetizzare. E se il fatto che con il lancio del Cspp ovvero l'aquisto di bond anche junk e non solo investment-grade, Draghi avesse già ammesso il guaio al mondo, ora sono i numeri a parlare in maniera molto chiara e netta. La corsa al Bund delle ultime settimane, dettata dalla volontà di cercare beni rifugio, ha infatti operato un brutto effetto sul rendimento degli stessi, rendendoli non più statutariamente acquistabili dalla Bce. 

Come ci mostra il grafico più sotto, infatti, oggi c'è debito con rendimento negativo a livello globale per un controvalore di 13 triliardi di dollari: per capirci, prima del Brexit eravamo a quota 11 triliardi. E proprio la corsa post-Brexit ha spinto il rendimento di circa il 70% delle securities presenti nel Bloomberg Germany Sovereign Bond Index, una platea da 1,1 trilioni di dollari, al di sotto del tasso di deposito della Bce, -0,4%, rendendo quindi quegli assets non più eligibili per l'acquisto all'interno del programma di allentamento monetario. Prendendo l'area euro come insieme, il totale è salito a quasi 2 triliardi di dollari. Insomma, paradossalmente lo stato di salute strepitoso del Bund garantito dalla corsa al bene rifugio ha fatto in modo che l'obbligazione sovrana tedesca non possa più essere comprata direttamente dalla Bce, essendo in negativo sullo yield fino alla scadenza dei 15 anni. 

Non a caso, già la settimana scorsa, l'agenzia Bloomberg rendeva noto che una fonte anonima all'interno della Bce aveva dichiarato quanto segue: «La Bce sta soppesando l'idea di rilassare le regole relative al Qe, visto che il Brexit ha inciso sul pool di assets acquistabili. L'opzione sul campo include anche l'abbandono per il Qe del principio dicapital key. Infine, la Bce è preoccupata dal restringimento del pool di debito eligibile all'acquisto». Il giorno seguente la Reuters negò questa ipotesi, di fatto smentendo la notizia della concorrente, ma il mercato sembra prezzare già oggi un cambio della politica attuale della Bce già per il prossimo meeting dell'istituto centrale: o si eliminerà il floor del tasso di deposito come limite interamente oppure in combinato con l'eliminazione del concetto di capital key

Insomma, tranquilli: fino a quando non sarà orgogliosa proprietaria di tutto il debito sovrano e corporate europeo, la Bce non si fermerà. Sperando che nulla vada storto, però.

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