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SPY FINANZA/ Il guaio in più per la Bce di Draghi

Pubblicazione:mercoledì 13 luglio 2016

Mario Draghi (LaPresse) Mario Draghi (LaPresse)

In Giappone, il partito liberaldemocratico dell'attuale premier, Shinzo Abe, ha vinto le elezioni per il rinnovo della Camera Alta, ottenendo una maggioranza dei due terzi. Ora la coalizione di governo ha un saldo controllo sul Parlamento, il che renderà possibile il varo, in autunno, di corposi sostegni all'economia. Insomma, non solo l'Abenomics non finisce, ma verrà ulteriormente ampliato. E nel silenzio più assoluto, nel fine settimana l'ex governatore della Fed e ora advisor di Citadel, Ben Bernanke, si è incontrato proprio con il numero uno della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda: motivo del meeting? Pare una discussione preliminare proprio sulle future misure di sostegno, chiacchierata che avrebbe visto più volte citata l'ipotesi di helicopter money, ovvero la fase terminale e faustiana di tutti i programmi di allentamento monetario possibili. Nemmeno a dirlo, il Nikkei è esploso. 

Cosa significa questo? Che siamo alla disperazione. Globale. E che, come Keynes impone, per combattere l'eccesso di debito che crea bolle distorsive, si fa altro debito. Ma mentre a Bruxelles, Eurogruppo ed Ecofin sono chiamate a dare una risposta alle pressioni del nostro Paese riguardo interventi di sostegno al sistema bancario, domenica sulla Welt am Sonntag, il capo economista di Deutsche Bank, David Folkerts-Landau, ha detto chiaramente che le istituzioni europee dovrebbero ricapitalizzare l'intero sistema bancario con un bail-out sullo stile di quello posto in essere negli Usa dopo il crollo Lehman Brothers, quando furono sborsati 475 miliardi di dollari. Per David Folkerts-Landau, «in Europa non sarebbe necessaria una cifra simile. Un programma da 150 miliardi di euro sarebbe sufficiente per aiutare le banche europee a ricapitalizzarsi». 

E se per l'economista il crollo dei titoli bancari è solo il sintomo di un problema più grande, ovvero il combinato tra bassa crescita, debito alto e deflazione pericolosa, lo scenario appare fosco: «L'Europa è seriamente malata e c'è bisogno di dare risposta al problema in fretta o prepararsi ad affrontare un incidente». La conclusione: «Aderire in maniera troppo stretta alle regole potrebbe causare più danno della loro sospensione». Come dire, siamo alla canna del gas. Ma a chi si riferiva David Folkerts-Landau, alle banche italiane e ai loro problemi con le sofferenze o al proprio datore di lavoro? 

Già, perché Deutsche Bank è messa davvero male. A 12,60 euro per azione e con un capitalizzazione di mercato di soli 15,8 miliardi di dollari, il titolo vale ora l'8% di quanto valeva al suo picco nel maggio 2007 e dall'inizio dell'anno ha già perso il 48%. Pur avendo cambiato parecchi amministratori delegati dalla crisi finanziaria a oggi, il colosso tedesco non pare essere in grado di risolvere i propri problemi strutturali. L'attuale Ceo, John Cryan, ha annunciato un piano di tagli draconiano, con 9mila licenziamenti e la cessazione delle attività in 10 nazioni, ma gli ultimi sei mesi hanno visto un'accelerazione spaventosa delle criticità. 

Prima di tutto, l'anno è iniziato con la comunicazione al mercato di una perdita record da 6,8 miliardi per il 2015, dato che impose a Cryan di lanciarsi in una campagna tranquillizzante, dicendo al mercato che la banca «è solida come una roccia» e lo stesso ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, disse che attorno all'istituto «non ci sono preoccupazioni». Traduzione: siamo in modalità crisi urgente. Il 16 maggio scorso la Berenberg Bank avvertì che «i problemi di Deutsche Bank potrebbero essere insormontabili», visto che la banca opera a leva 40x, mentre il 2 giugno due ex dipendenti furono accusati negli Usa per lo scandalo della manipolazione del Libor e la Financial Conduct Authority britannica annunciava che almeno 29 dipendenti del colosso tedesco erano implicati nella vicenda. 


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