BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

CORRIERE DELLA SERA/ Le sfide pronte per Cairo dopo la sconfitta di Mediobanca

LapresseLapresse

E un’altra cosa deve ancora dimostrare da zero: quant’è capace di differenziarsi dal suo modello Berlusconi. Quando dieci anni fa - nessuno è perfetto - ha deciso di iniziare a buttare anche lui qualche milione nel cassonetto dedicandosi al calcio e comprando il Torino, tutti dissero: “Ecco Berluschino: anche Cairo si fa la tv e il pallone”. Era una semplificazione. Il Toro per Cairo era la squadra del cuore di famiglia. Comprarlo - pardon: salvarlo - fu per il nuovo editore del Corriere un omaggio affettivo alla memoria del papà, tifoso granata sfegatato. E comunque, un hobby non si nega neanche agli addict del lavoro com’è lui.

No: il pericolo è che Cairo voglia fare il presidente del consiglio, prima o poi. Si sa come sono gli imprenditori “self-made”: si credono capaci di tutto e immortali. Ecco: è bene dirgli fin d’ora che l’Italia ha già dato, demiurghi d’impresa ne ha già digeriti e... come dire, espulsi. Che per favore lui non ci provi nemmeno. E poi: di tv ne ha una sola, e piccolina. Il Maestro ne aveva tre, e strapotenti.

Per il resto, Cairo farà, e farà bene: del resto erano... circa trent’anni che il Corriere non aveva un editore degno di questo nome. L’ultimo ad averci provato, sia pure a modo suo, è stato - in realtà fino al ‘98 - Cesare Romiti: poi più nessuno, salvo il perenne patronage di Giovanni Bazoli, che permise la miglior sopravvivenza possibile al più longevo, e probabilmente al più bravo dei direttori, Ferruccio De Bortoli, consentendogli perfino di definire icasticamente Matteo Renzi “un maleducato di successo”. Ma insomma un editore vero come Cairo il Corrierone lo ritrova solo oggi.

Auguri a tutti, se c’è uno che può fare il miracolo di risanare quel ministero della buroeditoria che è la Rcs si chiama Urbano Cairo. E incredibilmente il mercato c’ha creduto, trovando in giro un sacco di azionisti che anziché cedere alla logica del “pochi, maledetti e subito”, portando a casa il cash offerto da Bonomi, ha preferito scommettere sull’ex assistente del Cavaliere, fattosi padrone di se stesso, rimanendo suoi soci, convinti che possa essere meglio scegliere la gallina domani che l’uovo oggi.

E veniamo al fronte dei perdenti, iniziando con l’assolvere il titolare della cordata sconfitta, cioè il bravissimo - ma proprio bravo - Andrea Bonomi. Assolverlo perché non è del mestiere, e visto che il mercato ha deciso di puntare sulla crescita futura della Rcs, era ovvio che scegliesse Cairo. Bravo comunque, Bonomi - e benemerito proprio per il mercato, vitalizzato dalla sua sfida. Però - attenzione! - Bonomi è bravo a fare l’investitore finanziario: individuare valore nascosto dove nessun’altro lo vede, trovare dei bravi manager capaci di estrarlo, e rivendere, dopo cinque o sei anni. L’imprenditore ha un altro profilo: s’innamora della sua creatura (come fa Cairo!), non la vende neanche per tutto l’oro del mondo, piuttosto ci muore dentro, come Acab.

Ma allora perché Bonomi s’è lanciato in questa sfida? Lui è uno che ha vinto tutto, e non ha mai sbagliato niente: dovunque sia entrato è uscito vincente, beneficando le aziende in cui è passato, dal miracolo Ducati alla stessa Bpm, e presto all’Aston Martin e alla Valtur. E allora? Allora, s’è lasciato irretire dal salotto buono, lo stesso che trent’anni fa buttò a mare senza riguardo e senza dignità un “parvenu” come suo padre Carlo, che era stato ammesso al soglio solo per i tanti soldi che la sua mamma (e nonna di Andrea) Anna Bolchini Bonomi aveva saputo fare e lasciare in eredità a quel figlio colto, sensibile e perbene ma del tutto privo del bernoccolo degli affari. Quello stesso salotto, o ciò che ne resta, trent’anni dopo, ha avuto la faccia tosta di chiamare Bonomi per contrastare (tentare di...) Cairo: e lui gli ha concesso l’aiuto richiesto, probabilmente sentendo e pensando che così sarebbe stato legittimato da quello stesso mondo che aveva respinto il padre. Avrebbe, insomma, vendicato la famiglia dall’onta dell’abbandono.