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Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ Sapelli: la via di fuga dalla Germania è in Giappone

Shinzo Abe (Lapresse)Shinzo Abe (Lapresse)

Abe ha vinto le elezioni opponendosi frontalmente al mainstream teutonico che sta dilagando nel mondo. Di qui l'appoggio convinto che gli Usa danno alla sua politica. Essa è incentrata su pochi ma decisivi punti. Il primo è una politica fiscale espansiva che dovrebbe stimolare la crescita con l'aumento della spesa pubblica, creando nuove strutture e opere pubbliche e ricostruendo il potenziale nucleare del Giappone, ripartendo dal sito di Fukushima, pur con tutte le polemiche che questo progetto sta suscitando. L'espansione del welfare alle famiglie che dovrebbe incentivare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, sconfiggendo antiche tradizioni, è un altro punto fondamentale. 

Politica che non manca di contraddizioni come quella di operare nel contempo un aumento della tassa sui consumi, un pegno pagato ai fautori dell'austerità che continuano ad avere una forte influenza nell'opinione pubblica e nello stesso governo, nonostante gli osservatori più avveduti ricordino loro che la spirale deflattiva ebbe un nuovo sussulto nel 1997, quando il governo di Hashimoto ebbe l'infausta idea di aumentare le tasse sul valore aggiunto.

Un altro punto della politica economica di Abe è iniziare una politica monetaria espansiva, che dovrebbe fondarsi sulla messa in discussione di uno dei dogmi che ci ha portato alla catastrofe mondiale negli ultimi vent'anni, ossia il dogma della separazione tra ministero del Tesoro e Banca centrale. Naturalmente anche in Giappone, alla fine degli anni Novanta del Novecento, si emanò una legge all'uopo (in Italia fu la nefasta idea stupidamente glorificata, propugnata da Nino Andreatta), sancendo l'indipendenza della Banca centrale che non aveva più l'obbligo di comprare titoli di stato assumendo invece l'obiettivo di controllare l'inflazione e la stabilità del sistema finanziario. Abe ha con decisione destituito il governatore della Banca Centrale Shirakawa con Kuroda che è stato per anni un critico feroce della precedente politica economica essendo stato presidente della Banca Asiatica dello Sviluppo e deciso sostenitore delle teorie di Ben Bernanke sull'inflation targeting. 

L'atteggiamento del Giappone si fa dunque interessante perché il gigante asiatico si è scosso dal suo sonno certo per motivi geostrategici e bellicisti, ma anche grazie a una profonda rivoluzione intellettuale che ha investito le sue classi dirigenti. Basta pensare al fatto che il consigliere economico principale di Shinzo Abe e dell'importante ministro delle Finanze Taro Aso è uno degli interpreti della nuova rivoluzione keynesiana, ossia Koichi Hamada, emerito professore di Yale e grande critico delle politiche dell'austerità deflattiva. 

Naturalmente nulla di questa rivoluzione in corso giunge in Italia e in Europa. E nulla trapela di suoi buoni frutti: la disoccupazione (udite, udite!) è scesa al 4,1%, la spesa delle famiglie è aumentata del 5,2% e la Borsa di Tokyo continua a guadagnare. Ne consegue una svalutazione dello yen che ha dato nuovo impulso alle esportazioni giapponesi, sconvolgendo finalmente il mondo immobile e stagnazionistico dei cambi fissi. Insomma, un'esperienza cui l'Europa dovrebbe guardare con interesse sfuggendo così alla pietrificazione generata dalla medusa tedesca.

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