BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

SPILLO/ Investimenti, la "falsa soluzione" ai problemi dell'Italia

La tragedia ferroviaria avvenuta la settimana scorsa in Puglia riporta in primo piano il tema degli investimenti in infrastrutture. Ma si può cadere in errore, dice GIUSEPPE PENNISI

LapresseLapresse

La tragedia ferroviaria avvenuta la settimana scorsa in Puglia dovrebbe avere, quanto meno, l'effetto di porre il problema delle infrastrutture del Paese al primo posto all'ordine del giorno dei lavori di Governo e Parlamento. Il dibattito non è mancato nel periodo in cui la spesa pubblica in conto capitale è crollata dal 3,5% del Pil negli anni Ottanta, al 2,5% alla fine degli anni Novanta, e a meno dell'1% negli ultimi anni. E i tentativi di "project financing", con l'apporto di investitori privati, hanno riguardato in modo puntiforme unicamente alcuni settori (quali i beni culturali). Il dibattito è stato, tuttavia, unicamente tra esperti della materia e pare non abbia sfiorato Governo e Parlamento.

La letteratura in materia è abbondante: tutti gli scritti propongono un aumento dell'intervento pubblico, una semplificazione delle procedure, una regolazione più efficace e più efficiente. L'Italia fa parte del Long Term Investment Club che organizza ogni anno a Roma una conferenza mondiale sul tema. Se si guarda solo alle iniziative "interne", fondazioni come Fastigi sono molto attive nell'animare la discussione. Non sembra, però, che ci siano stati effetti concreti sui processi decisionali della politica.

Negli anni Cinquanta sono state realizzate numerose grandi opere (tecnicamente all'avanguardia) perché c'era una volontà politica che si fondava su un ampio consenso (Governo, Parlamento, imprese e cittadini). Allo stesso modo per l'opinione pubblica la costruzione di una nuova opera era, per definizione, un'opportunità. Oggi tale percezione non è scontata. Soprattutto, allora c'era l'esigenza di costruire l'infrastruttura primaria per lo sviluppo del Paese.

A partire dalla fine degli anni Novanta, invece, il fabbisogno principale è stato per il completamento e l'ammodernamento del parco infrastrutture esistente, una tematica molto più complessa sotto il profilo tecnico, molto più difficile da valutare sotto quello economico e finanziario e molto meno attraente ai fini della costruzione e gestione del consenso. Inoltre, il completamento e l'ammodernamento del parco infrastrutturale hanno dovuto misurarsi con le nuove esigenze in campo ambientale e le pertinenti normative. Ciò ha cambiato il già complesso del ciclo di progetto, le sue regole di governance e il modello normativo di riferimento.

Circa venticinque anni fa, l'allora direttore del Congressional Budget Office degli Stati Uniti, Alice Rivkin, aveva sottolineato che in un'economia avanzata e matura le spese per infrastrutture fisiche differiscono in misura significativa da quelle che caratterizzano Paesi o regioni in via di sviluppo: nei Paesi maturi riguardano non tanto la creazione di nuove infrastrutture fisiche, quanto l'ammodernamento e la manutenzione straordinaria di quelle esistenti. Ciò comporta non pochi problemi sia sotto il problema dell'analisi economica (li ho esaminati in altra sede) che sotto quello politico-amministrativo.