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BANCHE E POLITICA/ Il "fascismo" di Renzi contro le popolari

Pubblicazione:sabato 2 luglio 2016

Corrado Sforza Fogliani (LaPresse) Corrado Sforza Fogliani (LaPresse)

Ed ecco che all'indomani Sforza Fogliani tira fuori un comunicato stampa per replicare, rievocando anche una precedente uscita del premier: "Renzi ha detto che se la sua riforma delle Popolari si fosse fatta 25 anni fa, quello che è successo alle popolari non ci sarebbe stato. Ma a parte il fatto che la conversione obbligata in Spa ha riguardato popolari in piena efficienza (la maggior parte) e solo tre popolari in tutto che non erano a posto coi conti, e a parte anche che i conti disastrati li hanno avuti anche (e in maggior numero) Casse di risparmio già convertite in Spa (quindi, il voto capitario non c'entra), a parte tutto questo il premier non s'è accorto che la sua dichiarazione significa semplicemente dire che, prima di lui, il ministero del Tesoro (cui spetta anche di sorvegliare le banche) non c'era…".

Insomma, scintille. Che non vanno banalizzate come personalismi. È in atto uno scontro di visioni, che va oltre le persone. Lo Stato, per esempio, è azionista del Monte dei Paschi di Siena che con 23 miliardi di euro di sofferenze lorde, di cui dunque almeno 13 nette, rappresenta da solo il 15% circa del problema dei crediti deteriorati del Sistema Paese. Nessuna colpa dell'attuale gestione della banca, anzi, e tantomeno del governo Renzi, ma sta di fatto che il Monte non è una popolare e per decenni è stato un feudo sui generis del vecchio Pd dell'"abbiamo una banca", quello che Renzi ha meritoriamente rottamato ("ha rottamato solo me", si è anzi lamentato l'altro giorno D'Alema), ma che era ed è pur sempre il suo partito.

E se alcune altre grandi banche popolari non brillano per i loro conti, notoriamente molte altre che popolari non sono, sono piene di sofferenze, come lo stesso Unicredit, che giovedì ha finalmente nominato il suo nuovo capo nella persona del francese Jean-Pierre Mustier, dopo una procedura lunga e un po' opaca, con molti tiramolla politici tra due o tre decrepite e irrilevanti Fondazioni bancarie che non hanno più in cassa ciò che connota gli azionisti, cioè i capitali, eppure ancora contano. Le popolari no e le fondazioni sì?

Dunque questa polarizzazione indubbiamente stressata dal governo, tra le banche popolari "cattive" e le altre "buone" non sta in piedi. Ma le polemiche ancora in essere sul punto, e con toni così aspri, hanno rilievo per quello che indicano, al di là dei loro contenuti. Significano che una parte rilevante dell'establishment moderato del Paese, indubbiamente rappresentato sul territorio anche dal mondo delle banche popolari e del credito cooperativo, non si fida più del giovane leader di Rignano fiorentino. E non glielo manda a dire: glielo dice in faccia, dandogli del fascista.

Il che capita proprio quando il governo spunta dall'Unione europea (e meno male!) 150 miliardi di margine di garanzia pubblica a vantaggio del sistema bancario italiano, che ne ha bisogno per non saltare. Un sistema in cui le banche popolari incidono sì, ma ormai per poco più di un quarto, e proporzionalmente sul totale delle sofferenze.



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