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SPILLO/ Italia, l'addio degli Agnelli svela come ci vuole "l'eurocrazia"

Pubblicazione:giovedì 28 luglio 2016 - Ultimo aggiornamento:giovedì 28 luglio 2016, 9.11

Sergio Marchionne e John Elkann (Lapresse) Sergio Marchionne e John Elkann (Lapresse)

Provate a immaginare, solo per un momento, se Silvio Berlusconi, che ormai da cinque anni è fuori dalla politica, avesse pensato a trasferire in Gran Bretagna o in Olanda le sedi fiscali di Fininvest e Mediaset: sarebbe successo il finimondo. Pare di sentirlo, ad esempio, Massimo D'Alema: "Diciamo che è evasione fiscale legalizzata, diciamo", avrebbe come minimo dichiarato. E Grillo avrebbe sbraitato: "La mummia imbalsamata si toglie le bende e si svela evasore". E Renzi? 

Già: cosa avrebbe detto Renzi? E cosa ne dice del fatto che la sua benamata Fca, che già qualche anno fa aveva trasferito in Gran Bretagna la sede fiscale, oggi esporta in un "paradiso tributario" europeo, dove si paga la metà delle tasse sulle società, anche la holding del gruppo, quella su cui la famiglia Agnelli intasca i dividendi? Tutta la consonanza sbandierata tra lui e Sergio Marchionne, che di queste operazioni non è solo il mallevadore ma anche il coartefice dov'è andata a finire?

"In Italia voterei Renzi", ha "endorsato" nel marzo scorso il manager impulloverato, parlando a prudente distanza dal bel suol natio, cioè da Chicago. Gli piacciono le riforme, gli piace l'Italia che "cambia verso". Invece il verso dei grandi capitali, compresi i suoi, non cambia mai: è sempre quello che punta a non pagare dazio. Niente di strano, basta dircelo: i politici non devono fidarsi dei capitalisti. È sana e prudente e insuperabile eterogeneità. Ciascuna categoria cerca solo di usare l'altra per i propri interessi. In questo non c'è niente di male. C'è del male nel fingere che non sia così, ancor peggio è crederci - per vanità, più ancora che per calcolo - come Renzi ha probabilmente creduto a Marchionne.

L'impulloverato non ha oggi interesse a portare fuori Italia anche le fabbriche oltre che gli utili, perché - per fortuna - certi mestieri i suoi dipendenti italiani li sanno fare molto meglio dei colleghi di tanti altri Paesi (ve l'immaginate una Maserati prodotta a Cracovia?) e poi perché trasferire produzioni in essere costa un botto. Ma il giorno che dovesse convenirgli, Marchionne non esiterebbe un istante a farlo, per i soldi.

Poi ai convegni si sfoggiano le lacrimucce patriottiche, ma sono solo chiacchiere. E faccia tesoro, Renzi, di questa lezione imbarazzante che gli arriva dalla cronaca, non si fidi della Confindustria che lo encomia, un governo che si rispetti non lavora "contro" i capitalisti del suo Paese - ci mancherebbe -, ma neanche ci punta, neanche ci crede, neanche tenta di annetterseli, perché sono semmai quelli che prima o poi finiscono per annettersi la politica.

Guardando infine al fattaccio in un'ottica politica, l'insegnamento che se ne trae è solo uno: il crollo della competitività del sistema Paese di cui Renzi non ha alcuna colpa - i danni che ha fatto da quando governa sono rilevanti, ma sono per ora ancora compensati da alcune cose buone - è tale che sembra ai più incolmabile. E tra le tante cause che ha, quella dello "spread" fiscale è la principale.


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