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Economia e Finanza

BANCHE E POLITICA/ Mps, Passera e la vera “notizia” degli stress test

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Tradotto: le banche italiane hanno il triplo dei “buffi” in cassaforte, la metà degli utili e il 20% in meno dei patrimoni della media europea. E ricordiamocelo: non per colpa loro, ma per colpa di Berlusconi e Monti che non seppero o non vollero usare i soldi pubblici per ricapitalizzarle quando tutti gli altri Stati, a cominciare dalla Germania, lo fecero. Guai ai vinti.

Siena. Il caso Montepaschi è straordinario. Una banca crivellata di perdite a causa di una lunga stagione di gestione demenziale benedetta dal Pds e poi Pd e in particolare da Massimo D’Alema: dove quel “benedetta” non è un modo per dire - come tanti pensano - che la banca ricambiasse gli elogi a quattrini, perché nessuna procura l’ha per ora dimostrato; ma vuol dire pur sempre che la notoria e conclamata vicinanza di quella banca all’area Pd etichetta come insipienti i capi del Pd che l’elogiavano e la portavano a modello di buon governo creditizio. Oggi l’istituto è ben gestito dal vertice “commissariale” che da quasi quattro anni ne ha preso le redini, l’amministratore delegato Fabrizio Viola. Quindi, rende. Ma è zavorrato da questa montagna di 27 miliardi di euro di sofferenze, cioè crediti concessi a clienti immeritevoli che non li hanno restituiti. Sono in parte coperti da garanzie e quindi hanno un certo valore. Quanto valore, si vedrà, andando sul mercato per realizzare tutto il possibile: si spera qualcosa in più del 33% del valore nominale (insomma, 10 miliardi su 27).

In che modo si realizzeranno questi soldi? Attraverso una maxi-cartolarizzazione. Che cos’è? È l’emissione di titoli derivati che rappresentano quelle sofferenze e la loro possibilità di essere ritrasformate in denaro. Questi titoli vengono comprati da un gruppo di investitori che poi cerca di far fare materialmente a qualche altro operatore di “recupero crediti” le attività vere e proprie di trasformazione delle garanzie in denaro. Cioè, per capirci, vendere le case avute in pegno infilandosi in (troppo lunghe) procedure giudiziarie di asta; ma anche litigare con i prestatori delle garanzie, in casi estremi anche a costo di inviare da loro nerboruti giovani con giubbotti di pelle nera, per indurli a pagare quel che possono.

Quel che di buono accade alla banca è che, però, nel frattempo, incassa. Cioè i tempi lunghi e le tante incertezze legate alla materiale trasformazione delle garanzie in soldi non sono più un suo problema, perché lei i soldi (quel 33%) li prende subito. Metà, arriveranno a Siena da chi comprerà materialmente le sofferenze, pagandole più o meno la metà del 33% (guarda caso, il 17% scarso, ancor meno di quanto pagato per le sofferenze delle quattro banche fallite, Banca Etruria e le altre); e metà entrerà come aumento di capitale da 5 miliardi. Attenzione: siccome l’aumento di capitale si raccoglie sul mercato e ci vuol tempo, c’è un gruppo di investitori che faranno al Monte un prestito-ponte di pari importo, in attesa dell’aumento.

Chi si incaricherà di raccogliere sui mercati finanziari questi 5 miliardi di aumento di capitale? Un mega-consorzio composto, oltre che dai global coordinator Jp Morgan e Mediobanca, anche da Goldman Sachs, Santander, Citi, Credit Suisse, Deutsche Bank e Bofa Merrill Lynch. Come si vede, la “crema” (chiamiamola così) del sistema bancario occidentale, che si presta all’operazione perché dividendo il rischio lo minimizza e lucra laute commissioni. Ma... se le operazioni di vera e propria trasformazione delle sofferenze in denaro (le visite dei giovanotti col giubbotto nero, insomma) non rendessero quanto si spera, e quindi le obbligazioni che “anticipano” quei valori finissero con l’essere scoperte e crollassero sui mercati dove verranno trattate, cosa accadrebbe?