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SPY FINANZA/ Il "salvataggio" dell'euro che ha distrutto un popolo

Christine Lagarde, Direttore del Fmi (Lapresse) Christine Lagarde, Direttore del Fmi (Lapresse)

Poi, la bomba, ancorché nota a tutti da tempo: «Se le azioni del Fondo erano comprensibili nel pieno della crisi, l'amara verità è che il bail-out ha sacrificato la Grecia in quella che possiamo definire "un'azione di contenimento" per salvare l'euro e la banche del Nord Europa. La Grecia ha patito il tradizione shock dell'austerity imposta dal Fmi, senza però beneficiare dell'off-setting costituito da azioni di sollievo sullo stock di debito e svalutazione per ristabilire una capacità di funzionamento dell'economia». Un sotto-report dedicato unicamente alla Grecia dice chiaro e tondo che la nazione fu costretta a subire uno squeeze fiscale senza precedenti, qualcosa come l'11% dl Pil nei primi tre anni di salvataggio: questo ha dato vita a una spirale ribassista auto-alimentante, quello che Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanza greco, definì "water-boarding fiscale". 

Per il comitato, «agli stabilizzatori automatici non fu concesso di operare, aggravando così la pro-ciclicità della politica fiscale, la quale a sua volta ha esacerbato la contrazione economica». Peggio ancora, il tentativo di forzare una svalutazione interna attraverso il taglio deflazionario dei salari del 20-30% sia è rivelata una strategica autolesionista, visto che ha schiantato la base economica nazionale e mandato la traiettoria del debito in spirale rialzista: «Un problema fondamentale fu quello dell'inconsistenza tra la riconquista della competitività dei prezzi e il simultaneo tentativo di ridurre la ratio di debito su Pil nominale». 

Il Fmi pensava infatti che il moltiplicatore fiscale fosse di 0.5, quando in realtà era cinque volte più grande a causa della fragilità del sistema ellenico: il risultato è stato che il Pil nominale è terminato del 25% al di sotto delle proiezioni del Fmi e il tasso di disoccupazione è salito al 25% contro il 15% che ci si attendeva: «La magnitudo degli errori relativi alle previsioni di crescita della Grecia è stata straordinaria». Di più, «i piani altamente ottimistici di ottenere 50 miliardi dalle privatizzazioni si sono dimostrati enormemente fallaci, tanto che alcuni assets non avevano nemmeno una proprietà legale chiara. La cronica mancanza di realismo è durata fino alla fine del 2011, quando ormai il danno era fatto». 

Il problema è che gli errori del Fmi li hanno pagati e continuano a pagarli i cittadini greci, i meno in grado di sopportare un peso simile, il tutto in nome di una politica miope il cui unico scopo era preservare l'esistenza stessa dell'euro come valuta: «Se prevenire un contagio internazionale era una preoccupazione essenziale, il costo di questa prevenzione avrebbe dovuto essere pagato - almeno in parte - da quella stessa comunità internazionale che ne ha beneficiato». E sapete a cos'ha portato la folle politica del Fmi per far riguadagnare competitività alla Grecia attraverso tagli salariali? 

Ce lo dice il grafico più in basso su dati ufficiali del ministero delle Finanze: la nascita di una nuova categoria sociale, i neo-poveri, ovvero gente che, lavorando, guadagna meno dell'indennità di disoccupazione. Sono 126.956 i lavoratori che guadagnano un salario lordo di 100 euro al mese, mentre 343.760 quelli che possono contare su stipendi lordi che variano tra i 100 e i 400 euro al mese. Si tratta di lavoratori part-time a rotazione, i quali possono lavorare due, tre giorni la settimana o anche solo poche ore. Stando a dati dell'Ika, il principale fondo per la sicurezza sociale greco, il salario medio per lavoratori part-time varia tra i 400 e i 420 euro lordi al mese. 

In un mondo giusto, qualcuno al Fmi dovrebbe pagare per questo. E un conto molto salato. 

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