BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

BANCHE E POLITICA/ L’Italia è ancora in pericolo

Pier Carlo Padoan (Lapresse) Pier Carlo Padoan (Lapresse)

Dunque, mettiamo da parte i facili entusiasmi e analizziamo con realismo una situazione nient’affatto tranquilla per i risparmiatori e per i contribuenti, visto che si fa strada un po’ ovunque la convinzione che solo un massiccio intervento pubblico potrebbe spezzare la spirale negativa. Con uno sguardo retrospettivo si può concludere che siamo a questo punto perché fin dal 2008, quando la crisi finanziaria rivelò chiaramente la debolezza del sistema creditizio, mentre gli Stati Uniti intervennero con una soluzione radicale (soldi pubblici, ristrutturazione, cambio dei vertici e ritorno al mercato con restituzione al Tesoro dei prestiti più gli interessi), nell’Unione europea prevalse un approccio caso per caso, cioè Paese per Paese, indotto da governi fortemente influenzati dagli interessi della potente lobby bancaria: Germania e Francia in testa, però l’Italia non fu da meno (ricordiamo tutti i messaggi tranquillizzanti dell’Assobancaria e del Tesoro sulla solidità delle nostre banche).

Le aspirine nazionali hanno prodotto uno stato di febbre bassa, ma permanente con immediati e spesso inattesi eccessi, una sorta di malaria ha colpito il sistema bancario. L’Eba con i suoi test è come un termometro che registra la temperatura, ma non cambia la cura. Ecco perché è del tutto irresponsabile stappare champagne perché “una sola” banca italiana fallisce (sia pure in modo clamoroso). Delle cinque grandi banche analizzate, Intesa è l’unica con un solido patrimonio di vigilanza. Le altre hanno comunque bisogno di robuste cure ricostituenti. In alcuni casi sono in corso: l’Ubi promette di farcela da sola, il Banco popolare sposa la Bpm che si spera porti una buona dote. In altri come Unicredit siamo agli annunci del nuovo amministratore delegato Jean Pierre Mustier, il quale non potrà sfuggire a un consistente aumento del capitale.

“In Europa c’è ancora molto da fare”, sostiene Guntram Wolff direttore del centro studi Bruegel intervistato dal Corsera. E in Italia c’è da fare ancora di più.

© Riproduzione Riservata.