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Economia e Finanza

BANCHE E POLITICA/ Così l'Italia si è fatta fregare dall'Ue

Jean-Claude Juncker (LaPresse)Jean-Claude Juncker (LaPresse)

Numerose testate internazionali hanno riportato una nota dell’agenzia Reuters secondo cui, al recente Consiglio Europeo, l’Italia avrebbe tentato (senza riuscirci) di fare sancire, nella confusione creata dalla Brexit, un’interpretazione di comodo delle deroghe al bail-in (e degli aiuti a banche in difficoltà) quali previste dalla regole sinora approvate dell’unione bancaria. La Cancelliera Merkel ha reagito duramente andando in televisione e affermando che la normativa bancaria non si cambia ogni due anni. Al che il Presidente del Consiglio Renzi è andato anche lui di fronte alla telecamere (sa di essere telegenico) richiamando la deroga concessa dal Consiglio europeo a Francia e Germania nel 2003. Ciò ha fatto andare in vera collera i tedeschi, i francesi e altri.

La deroga del 2003 (ossia all’inizio dell’unione monetaria) è stata basata sull’articolo 104 del Trattato di Maastricht in cui si prevede la possibilità di derogare a uno solo dei due parametri chiave in caso di “circostanze eccezionali” come gli uragani che in quegli anni devastarono Francia e Germania. Tale deroga - si aggiunge con malizia a Berlino, Bruxelles e Parigi - potrà essere chiesta dall’Italia per il deficit di bilancio se si verificano “circostanze eccezionali” e quando il rapporto debito Pil sarà giunto al 60% (ora al 132%; alla firma del Trattato di Maastricht era al 105%). Quindi, la situazione è diventata ancora più tesa.

Nel corso della giornata di giovedì 30 giugno, anche in seguito a un rapporto del Fmi, è apparso chiaro che alcuni grandi banche straniere (tra cui Deutsche Bank) hanno una forte porzione di crediti deteriorati nelle proprie attività. Ciò ha dato agio a Jean-Claude Juncker di individuare una soluzione, al di fuori della normativa sull’unione bancaria, nelle deroghe alle norme sugli aiuti di Stato in modo da consentire una “rete di sicurezza” (sino alla fine dell’anno in corso) nell’eventualità di difficoltà di liquidità. E di emettere un comunicato in tal senso la sera del 30 giugno.

Grandi titoli nelle prime pagine del primo luglio. Bevute di prosecco a Palazzo Chigi (lo champagne non si addice all’austerità). Quasi non ci si rendesse conto che il provvedimento Juncker (già in vigore, peraltro, per altri Paesi) non ha nulla, assolutamente nulla, a che fare con la richiesta dell’Italia. Riguarda eventuali problemi di liquidità (anche grazie alla Bce nel Bel Paese non se ne soffre), non la ricapitalizzazione che per molti istituti è urgente. Anzi, il comunicato Juncker rischia di aumentare l’incertezza su ricapitalizzazione e sofferenze. A tarda ora di sabato 2 luglio uno spiffero da Bruxelles ha fatto trapelare la possibilità di “supporti precauzionali” per aumenti di capitale purché non da parte di investitori istituzionali. Una nuova beffa.

Tutti gabbati - dicono Boito e Verdi nella “fuga” con cui termina Falstaff - aggiungendo Ride bene chi ride la risata finale. Per ora Angela Merkel. Nel suo appartamento di tre stanze e cucina di fronte al museo assiro babilonese. Ascoltando il divertentissimo I Maestri Cantori di Norimberga.

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