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BANCHE E POLITICA/ Così l'Italia si è fatta fregare dall'Ue

Pubblicazione:lunedì 4 luglio 2016

Jean-Claude Juncker (LaPresse) Jean-Claude Juncker (LaPresse)

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi non è - come magistralmente Giuseppe Prezzolini iniziò la sua biografia di Macchiavelli - un fiorentino nato con gli occhi aperti. È fiorentino, o almeno nato nei dintorni della città del Giglio, fa sembrare di essere luciferino, ma è probabilmente un boy scout ingenuo tanto quanto, a 41 anni, lo era Sir Robert Baden-Powell, barone di Gilwe, di cui condivide lo spirito ma non certe tendenze private.

Sul piano interno, ha costruito una legge elettorale a pennello per dare Governo e Parlamento ai pentastellati e una riforma costituzionale che costringerà la Corte Costituzionale a turni estenuanti (attenzione: i supremi giudici sono anziani e alcuni di loro rischiano di non reggere lo sforzo) per districare, in caso di approvazione del referendum, le numerose contraddizioni e ambiguità del testo.

La sua innocente ingenuità è stata vista a tutto tondo nelle ultime vicende del negoziato con il resto dell’Unione europea in materia di supporto alle banche italiane in difficoltà. Dopo una lite pubblica con la Cancelliera Angela Merkel, che ha il controllo della stanza dei bottoni, grandi abbracci con il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker (un bravo lussemburghese che tenta, come può, di accontentare tutti) con il quale aveva avuto un diverbio pochi mesi fa, senza accorgersi che il contentino di Juncker era - si direbbe inglese elegante - una presa per i fondelli e - in ruvido scozzese della Highlands - un volgarotto up your kilt!-

Andiamo con ordine. Quando, nel 2008 o giù di lì, scoppiò la crisi finanziaria, l’Italia ufficiale (Banca d’Italia, Presidenza del Consiglio) si vantò di avere “il sistema bancario più solido al mondo” (o quanto meno in Europa) a ragione delle riforme effettuate alla fine del secolo scorso; si ammetteva la necessità di qualche “ritocchino” alle banche locali, ma modesto. Quindi siamo andati con gli occhi sicuri verso l’unione bancaria, senza troppo curarci della direttiva della Brrd entrata in vigore il primo gennaio scorso che prevede non solo responsabilità per azionisti e management di istituti sull’orlo del dissesto, ma anche per i detentori di obbligazioni secondarie (l’ormai noto bail-in). La folta delegazione italiana che negoziava l’unione bancaria o non era stata sensibilizzata o pensava che lo Stellone della Repubblica e San Gennaro ci avrebbero comunque aiutato.

Quando le nuove regole andarono al Parlamento europeo per la co-decisione (con il Consiglio Ue), economisti e giuristi italiani discussero con membri italiani del Parlamento stesso la possibilità di una fase di transizione. La proposta non venne neanche articolata e sollevata poiché agli eurodeputati sembrava più importante che la Germania e altri dessero il loro consenso al “terzo pilastro” dell’unione bancaria (la garanzia comune per i correntisti con depositi inferiori a centomila euro), su cui non si è ancora ottenuto nulla. Non vi fu cenno al problema, al Parlamento italiano, quando i testi vennero speditamente ratificati.

Ci accorgemmo di quanto quel tipo di bai-in mordeva e colpiva piccoli risparmiatori quando Banca Etruria e altri tre istituti vennero salvati in extremis, sollevando perplessità a Bruxelles e un forte interesse da parte della Procura della Repubblica in Italia. Da allora, altre banche paiono in serie difficoltà e la diplomazia economica internazionale dell’Italia è alla ricerca di una deroga che consenta interventi per la ricapitalizzazione.


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