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SPY MPS/ La "puzza di bruciato" intorno a Montepaschi

Vladis Dombrovskis (LaPresse) Vladis Dombrovskis (LaPresse)

Queste due banche insieme a Monte dei Paschi, Banco Popolare e Ubi alla fine del primo trimestre di quest'anno detenevano 119 miliardi di non performing loans, quando la common equity aggregata delle banche italiane quotate era a 125 miliardi di euro (sempre alla fine del primo trimestre). Di più, oggi Monte dei Paschi capitalizza in Borsa meno del miliardo che deve ancora rimborsare allo Stato per i Monti bond, esclusi gli interessi: di fatto, lo Stato è padrone già oggi dell'istituto. 

Cosa succederà? La vulgata più comune è quella che vuole la Bce pronta, in caso di deterioramento della situazione, a iniettare direttamente liquidità nelle banche italiane in cambio di collaterale in ossequio al mandato di stabilità dei prezzi dell'Eurotower. Anche perché parliamo di una situazione che in Italia vede il 17% dei prestiti delle banche andati a male, persi o incagliati. Ciò equivale a quasi 10 volte il livello degli Stati Uniti, dove, anche nei momenti peggiori della crisi finanziaria 2008-09, è stato solo del 5%. 

Tra le banche quotate nella zona euro, gli istituti di credito italiani rappresentano quasi la metà del totale dei crediti inesigibili. Anni di standard lassisti riguardo la concessione dei prestiti e, soprattutto, elargizioni a pioggia per finalità meramente politiche o familistiche, visto che il grosso delle sofferenze riguarda prestiti sopra il milione di euro, non quelli di poche centinaia di migliaia delle Pmi, hanno lasciato le banche italiane impreparate, quando il crollo economico di pochi anni fa ha fatto salire il tasso dei fallimenti. Addirittura, per Banca Monte dei Paschi di Siena, le sofferenze erano così ingombranti che è stato creato un team di 700 persone per affrontare tale problema e trovare una soluzione e alcune settimane fa ha messo in vendita il pacchetto di crediti inesigibili nella speranza che un partner straniero avrebbe accelerato il processo di liquidazione. Risultato? Nulla. 

Quando poi nel 2014 la Bce ha iniziato la supervisione delle più grandi banche della zona Euro, le cose sono diventate più difficili da gestire, visto che il nuovo supervisore ha applicato criteri più severi per la dichiarazione dei crediti deteriorati rispetto a quelli adottati dalla Banca d'Italia. Ad aprile, ad esempio, ha costretto una banca a subire maggiori svalutazioni sui crediti deteriorati, prima che ricevesse la sua benedizione a fondersi con un'altra banca: il risultato è che i crediti deteriorati delle banche italiane ora superano i 360 miliardi di euro, quadruplicati rispetto al livello del 2008 e continuano ad aumentare. Avete letto bene, quadruplicati. 

Fin qui la realtà, molto grave ma non ancora drammatica delle banche italiane, il cui stato di salute precario (grazie anche all'operato di Bankitalia, Consob e Abi negli anni, senza parlare della politica e delle sue prebende tramite le Fondazioni) denuncio da sempre e certamente non nego ora. Però c'è qualcos'altro da dire, se si vuole dare un quadro reale della situazione e della sua gravità e ce lo mostra questo grafico: con l'ennesimo tonfo di lunedì a Francoforte, non solo il prezzo del titolo Deutsche Bank ha aggiornato un nuovo minimo, ma oggi è per analogia allo stesso punto in cui si trovava Lehman Brothers nell'agosto del 2008, ovvero a un mese dal fallimento e quando tutti pensarono che quell'epilogo si sarebbe evitato sulla scorta di rumors riguardo un salvataggio della Korean Development Bank che portò sul breve a un aumento del prezzo del 16%. Poi, il crollo.