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CAOS BANCHE/ La "trappola tedesca" per l'Italia

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La proposta più rivelatrice dello scontro in atto sul tema bancario in Italia e in Europa sta nella soluzione possibile elaborata, anzi, in verità resa nota, dall'olandese povero di spirito dottor (PHD certamente…) Gert Jan Koopman, oggi vice direttore degli aiuti di stato della Commissione europea, e che consiste in una cosiddetta "ricapitalizzazione preliminare", così traduco, del Monte Paschi allorquando saranno terminati gli esami ora in corso da parte dell'Agenzia bancaria europea e di cui il dottor (PHD) sa di già evidentemente gli esiti. Benevolmente il PHD dichiara che i depositanti saranno risparmiati, coloro che hanno investito in obbligazioni del Monte saranno ricompensati (come e per quanto non si dice), mentre gli unici che dovranno subire perdite saranno gli investitori istituzionali, fondi e quant'altro.

Ben s' intende che così facendo si pongono le basi per il ritiro di tutti gli investimenti stranieri in Italia, il blocco per sempre di quelli possibili e la distruzione à la Doninelli ("Le cose semplici" non è solo un romanzo bellissimo, ma anche una profezia terribile e certa) dell'Italia che sarebbe ridotta a una marca tedesca simile agli staterelli che la Prussia ridusse alla fame allorquando emanò nel 1834 le barriere protezionistiche dello Zollverein tanto amato e preconizzato da Friedrich List.

Queste proposte sono possibili per la gran confusione che si è creata sul tema e soprattutto per la non pronta tensione sul tema medesimo dei nostri rappresentanti nella Commissione, i quali dimostrano un'inefficienza che forse non è casuale, ma frutto di un'adesione ideologica profonda all'ordo-liberalismus, come ormai la storia con Napolitano, Monti e soci ci ha dimostrato indelebilmente essersi posta in atto.

Il problema invece è assai semplice. Ci sono due modelli storicamente comprovati per arginare le crisi bancarie prima che siano adottate le sole misure veramente essenziali, ossia la divisione tra banche d'affari e banche commerciali ritornando al Glass Act, come gli Usa, seppur in forma nicodemistica e complicatissima, hanno coraggiosamente fatto. La prima è la misura della bad bank, ossia quella serie di mosse per cui le banche in passivo vengono scomposte giuridicamente in due parti: la storica e originaria che rimane intatta ma eviscerata dei suoi fattori di rischio (crediti deteriorati, insolvenze, gambling da derivati e quant'altro di malefico prodotto dai manager stockoptionisti) e messi in una special purpose entity (un semplice veicolo finanziario), posseduta dallo Stato che si assume in tal modo il rischio di saper o poter rivendere tali strumenti diabolici.

Lo fecero gli Usa alla fine degli anni Ottanta del Novecento per salvare centina di Casse di risparmio nordamericane che si erano legate con innesti incestuosi alle assicurazioni e rischiavano di portare alla distruzione gran parte del patrimonio industriale e dei servizi Usa di non grandi dimensioni. Ebbene, come dimostra l'esempio Usa, questa misura funziona quando le banche sono molte e il rischio è sì ingente, ma il fatto che le sofferenze et similia non siano solo di una specialità diabolica aiuta il loro collocamento proprio per l'ampia gamma con cui si presentano. Venti anni dopo il governo Usa finì di liberarsi della sporcizie e si scoprì che - perbacco - ci guadagnò pure.


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