BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SPY FINANZA/ Brexit, i numeri scomodi per l'Ue

LaPresse LaPresse

E quali conseguenze vedeva Soros dal Brexit? «Per iniziare, la sterlina quasi certamente scenderà in modo più sostenuto e veloce se si voterà per il Leave (…) La svalutazione si confermerebbe più grande e caotica del -15% che si verificò nel settembre del 1992, quando fui abbastanza fortunato dall'assicurare agli investitori del mio hedge fund un profitto notevole, a spese della Bank of England e del governo britannico. È ragionevole assumere, viste le aspettative dei mercati che, a seguito di un voto Brexit, la sterlina crollerebbe di almeno -15% e forse più del 20%, rispetto ai livelli attuali di $1,46, scendendo al di sotto di $1,15 (valore che sarebbe inferiore tra il 25% e il 30% rispetto al trading range precedente il periodo del referendum, tra $1,50 e $1,60). Se la sterlina scendesse a tale livello, ironicamente finirebbe con l'avere lo stesso valore dell'euro, un metodo di far parte dell'euro che nessuno, nel Regno Unito, vorrebbe». Accidenti, che tragedia. 

Peccato che le cose bisogna raccontarle tutte, non solo la parte che fa comodo. Il primo grafico a fondo pagina ci mostra come dopo il Black Wednesday del 16 settembre 1992 e l'uscita dallo Sme, in Gran Bretagna l'economia recuperò in maniera molto solida e il tasso di disoccupazione calò drasticamente. Ora, in un contesto come quello attuale, dove Banche centrali e governi hanno finora fallito nel generare ripresa economica abbastanza forte da poter normalizzare i tassi di interesse, a causa delle persistenti pressioni deflazionistiche, uno potrebbe pensare che una svalutazione della moneta sia benvenuta, quantomeno per iniettare un po' di inflazione nel sistema economico. 

E qui è il punto: quando i tassi di interesse non possono essere normalizzati perché la debolezza economica e le pressioni deflazionistiche persistono, un calo della valutazione della moneta è l'antidoto necessario. Certo, sterlina debole significa aumento dei prezzi dell'import e una contrazione dei salari reali dei cittadini ma anche un boom per i profitti delle aziende che beneficiano di una moneta svalutata e che così possono generare un spirale virtuosa nelle dinamiche salariali e affrancarsi dall'abisso deflazionistico che attende tutte le economie avanzate nella prossima - e ormai alle porte - recessione. Anche qui, malafede: se questa finalità la persegue il Giappone con l'Abenomics sponsorizzato da Paul Krugman va bene, se lo fanno i britannici dicendo addio all'Ue e godendo di un trend svalutativo della moneta, allora no. 

Parliamoci chiaro, se potesse garantirgli una svalutazione dello yen del 20% e si trovasse nell'Unione, Shinzo Abe non avrebbe lasciato solo l'Ue ma l'intero pianeta terra. E di corsa. Viviamo nel mondo della guerra valutaria e della svalutazione tra Banche centrali per guadagnare un minimo di vantaggio competitivo e ci mettiamo a pronosticare disastri per il Brexit? È il contrario, l'economia britannica sta guadagnandoci e continuerà a farlo, a fronte della stitica crescita da zero virgola dell'eurozona a trazione tedesca. E che sia tutta una reazione alle politiche della Banche centrali e non paura per un futuro fuori dall'Unione ce lo conferma il secondo grafico, dal quale desumiamo che i cittadini britannici stanno ammassando contanti, visto che il numero di banconote circolanti al di fuori del sistema bancario è il più alto dal 2009, nel pieno della crisi finanziaria. Sarà per questo che il 4 agosto scorso, al termine del board della Bank of England, Mark Carney è partito con l'operazione shock-and-awe su tassi e acquisti di bond corporate? Esattamente per questo, non per paura di un futuro lontani da Bruxelles e dalla sua burocrazia.