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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Brexit, i numeri scomodi per l'Ue

Dopo oltre un mese dal referendum sulla Brexit, i dati economici che arrivano dalla Gran Bretagna non sono disastrosi come dicevano i sostenitori del Remain, dice MAURO BOTTARELLI

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Ma con il Brexit, la Gran Bretagna non doveva divenire preda delle cavallette? Pare di no, perché nessuno più parla di economia che crolla, di fuga dei cittadini, di deportazioni di lavoratori stranieri, né tantomeno di abbandono in massa della City da parte di banche e istituzioni finanziarie. E anche chi ha cercato di fare campagna per il Remain utilizzando la sua posizione di potere, ovvero il capo della Bank of England, Mark Carney, ha dovuto fare marcia indietro e rivedere le proprie previsioni pessimistiche. 

Nella riunione che ha visto la Banca centrale di Sua Maestà portare i tassi al minimo storico e aumentare gli acquisti obbligazionari, infatti, il numero uno dell'istituto non solo ha dovuto ammettere che le sue previsioni di recessione tecnica erano sbagliate, ma ha anche rivisto il tasso di crescita per l'anno prossimo, fissandolo non a -5% come sembrerebbe necessario visti i toni utilizzati da media ed economisti/terroristi, ma a +0,7%. Insomma, c'è vita oltre al Brexit. E da ieri abbiamo una conferma in più, perché stando a quanto riferito da Sky News, emittente che tifava per il Remain, il calo della sterlina seguito al voto del 23 giugno ha prodotto un immediato effetto volano per il turismo in Gran Bretagna: il calo del 10% del pound su dollaro ed euro ha infatti reso più economici voli e soggiorni nel Regno Unito, tanto che le prenotazioni a livello internazionale sono aumentate del 4,3% nei 28 giorni che hanno portato al 21 luglio, stando a dati dell'agenzia che si occupa di turismo ForwardKeys. Una netta inversione rispetto al mese che ha preceduto il referendum, durante il quale si registrò una contrazione del 2,8%. 

L'amministratore delegato di ForwardKeys, Olivier Jager, non ha dubbi: «Il Brexit ha avuto un impatto immediato e positivo per il turismo in ingresso nel Regno Unito, il che si sta sostanziando in un numero di arrivi più alto del previsto». E, come potete immaginare, un aumento di visitatori attratti da un cambio favorevole della sterlina si traduce in aumento degli introiti per bar, ristoranti, hotel e attrazioni turistiche. Stando ai dati di ForwardKeys, le prenotazioni extra-europee sono aumentate dell'8,6% nelle quattro settimane seguite al referendum, mentre il mese precedente erano in calo dello 0,1%. A guidare la schiera di turisti, americani, canadesi e abitanti di Hong Kong, mentre le prenotazioni di europei sono in calo dell'1,8%, comunque in miglioramento rispetto al -6,8% del mese precedente alla consultazione referendaria. Ma, ovviamente, nessuno ve li dirà questi numeri, perché occorre seguire il diktat europeo dei vari Juncker in base al quale il Brexit va comunque criminalizzato. 

Ma non soltanto la politica sta facendo una magra figura, anche certi guru dell'economia e della finanza. Prendiamo George Soros, il quale il 20 giugno scorso, tre giorni prima del referendum, pubblicava sul Guardian un articolo dal titolo The Brexit crash will make all of you poorer - be warned nel quale si profetizzavano le sette piaghe d'Egitto per la Gran Bretagna se avesse detto addio all'Ue. D'altronde, Soros ne sa qualcosa di economia britannica in difficoltà, visto che le sue scommesse ribassiste sulla sterlina nel 1992, l'anno del Black Wednesday, portarono la Gran Bretagna (e l'Italia) all'uscita dallo Sme, il cosiddetto "serpentone monetario".