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Economia e Finanza

CRESCITA ZERO/ Sapelli: la soluzione alla crisi che nessuno vuole ascoltare

Gli ultimi dati sull'economia italiana segnalano una situazione preoccupante. Per GIULIO SAPELLI si continua a non capire la strada per aumentare la domanda interna

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Chissà se si riuscirà a far capire che la deflazione è un male terribile che rischia di far decadere le nazioni. Mentre si sventolano le bandiere europee ai giochi olimpici con un moto commovente di speranza, la realtà continua a macinare segnali di avvertimento, di prudenza per gli speranzosi esalatori dell'Europa di Maastricht. Son giunti i dati statistici sulla situazione italiana e l'Istat è come sempre impietoso, basta che non li commentino coloro che non ci vedono mai la verità ma continuano a ignorarla. Nel caso dei dati pubblicati il 12 agosto 2016 è inutile e impossibile farsi delle illusioni: sono più negativi che mai…

Nel secondo trimestre del 2016 il Prodotto interno lordo è rimasto invariato, ossia drammaticamente simile ai primi tre mesi dell'anno quando cresceva invece dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, mentre aumenta dello 0,7% rispetto al secondo trimestre del 2015, prova preclara che la crescita non si è prodotta. Certo non si scende. Quindi si conferma la tesi della stagnazione piuttosto che della recessione. Una stagnazione che durerà a lungo perché non ci sono segni di ripresa possibile. La domanda interna non cresce. Il secondo trimestre del 2016, infatti, ha avuto una giornata lavorativa in più del trimestre precedente e una giornata lavorativa in più rispetto al secondo trimestre del 2015. La variazione acquisita del Pil per il 2016, dopo sei mesi, è pari a +0,6%: la domanda interna è drammaticamente ferma se la si considera dal lato dei salari e degli stipendi. Anche i redditi da capitale sono scesi o sono fermi. 

Il Prodotto interno lordo cresce di pochissimo solo nell'agricoltura e nei servizi, mentre l'industria fa segnare dati pericolosamente negativi che spiegano gli arresti e la diminuzione dei redditi da capitale e da stipendi e salari. Dal lato della domanda, quindi, la crescita interna non esiste, anzi, mentre solo di poco si ha un lievissimo aumento di quella a connotazione estera netta. Vi è un lieve contributo negativo della componente nazionale compensato da un apporto positivo della componente estera netta. E questo mentre il Pil aumenta congiunturalmente dello 0,6% nel Regno Unito e dello 0,3% negli Stati Uniti, con una variazione nulla in Francia. 

Ma se osserviamo gli stessi dati di queste nazioni secondo una prospettiva di tendenza riscontiamo invece che il Pil aumenta del 2,2% nel Regno Unito, dell'1,4% in Francia e dell'1,2% negli Stati Uniti. Ma la questione sembra drammatica se guardiamo all'insieme dell'area dell'euro, che vede un aumento del Pil solo dello 0,3% e dell'1,6% rispetto allo stesso trimestre del 2015.

I governi sbagliano le previsioni, ma di questo non dobbiamo preoccuparcene a meno che non si cada in quelle polemiche sterili che hanno ucciso la lotta politica in Italia e nel mondo. Le previsioni erano più ottimistiche, ma non solo dei ministri e dei capi clanici che controllano o posseggono i partiti odierni di governo (e di opposizione). In verità il governo si attendeva un aumento del Pil dello 1,2%, mentre la Banca d'Italia prevede una crescita assai al di sotto dell'1%. Insomma, un'esemplare (dal punto di vista scientifico) situazione di stagnazione da deflazione.