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SINDACATI E POLITICA/ Quei 12 milioni di italiani in attesa di un (nuovo) contratto

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A settembre inizieranno le trattative per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, punto di riferimento per il settore manifatturiero. Il capo storico del settore in casa Uil Rocco Palombella è stato netto: “Il rinnovo contrattuale resta per noi il mezzo per tutelare i più deboli e soprattutto mantenere uniti i lavoratori. Il contratto deve essere rinnovato, ma soprattutto occorre rinnovarlo bene”. Poi ha aggiunto un giudizio soggettivo ma interessante: “Sono convinto che la posizione di Federmeccanica sia sempre più isolata anche dalla stessa Confindustria. Proprio in questi mesi sono stati rinnovati tantissimi contratti nazionali di lavoro nel sistema privato che hanno riconfermato i due livelli di contrattazione con il recupero salariale previsto per tutti i lavoratori, legato all’inflazione, insieme al rafforzamento del sistema collegato del welfare aziendale”.

Si vedrà. Di certo se si valuta la complessa materia dal punto di vista macroeconomico risalta un’evidenza, che cioè solo la difesa del potere d’acquisto dei salari può trasformarsi in consumi e quindi in domanda interna, una delle voci depresse della nostra congiuntura che si riverbera in modo deprimente sul Pil. È chiaro d’altronde che un aumento salariale generale e decorrelato dall’andamento aziendale nuoce alla salute, e alla competitività, delle imprese.

Il punto critico è dunque stabilire le quantità di queste partite di costo. Su che livelli è giusto assestare la parte fissa e “sicura” dei salari? Quanta parte dell’utile aziendale è giusto riservare ai premi di produttività, e dunque alla parte variabile della retribuzione? Quanta parte va lasciata al welfare aziendale, una componente “giovane” dei contratti che però - come ha ben denunciato su queste pagine Emmanuele Massagli - sembra già sul viale del tramonto?

Con i soli slogan non si va lontano. Bisogna snocciolare cifre e stanziare costi. È quanto va deciso nelle trattative: ma non solo a livello aziendale, dove troppo spesso la parte dei lavoratori non ha voce.

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