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GEO-FINANZA/ Sapelli: la nuova battaglia per vincere l'eurocrazia

Pubblicazione:giovedì 18 agosto 2016 - Ultimo aggiornamento:giovedì 18 agosto 2016, 8.43

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Ventotene era un carcere fascista a cielo aperto, ma con una struttura penitenziaria impressionante: una sorta di arena su cui si affacciavano le celle dei confinati politici antifascisti consentendo ai carcerieri di osservare ogni loro mossa. In questa prigione ossessivamente inquisitoria, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con l’aiuto essenziale di Eugenio Colorni, redassero “Il Manifesto di Ventotene” che conteneva in sé una innovazione profonda sia rispetto alla tradizione socialista, sia rispetto quella liberale. La finalità era profondamente politica: «La definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali e sovrani», così da cancellare «la linea di divisione fra i partiti progressisti e i partiti reazionari». Fine della politica non doveva più essere la conquista del potere in ambito nazionale, ma «la creazione di un solido stato internazionale».

A differenza del progetto di Pan-Europa di Coudenhove Kalergi, del 1922, che ebbe una grande diffusione tra le elite finanziarie e diplomatiche del tempo e che auspicava un’unione europea a guida tecnocratica, il Manifesto di Ventotene prefigurava invece la necessità dell’istituzione di una federazione europea con un parlamento europeo eletto a suffragio universale e un governo democratico con poteri reali nell’economia e nella politica estera. Un partito rivoluzionario federalista avrebbe dovuto sostituire i partiti tradizionalmente intesi per consentire l’inveramento di questa prospettiva.

Le matrici culturali erano diverse: dai testi anglosassoni sul federalismo rivoluzionario dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America sino alle riflessioni di Luigi Einaudi a cavallo della Prima guerra mondiale sulla crisi dello Stato-nazione. Il Manifesto abbandonava la teoria evoluzionista del “pacifismo passivo” incarnato dalla dottrina liberale - per cui le società erano naturalmente portate a svilupparsi verso forme superiori di convivenza - per delineare un pacifismo attivo, fondato sull’interdipendenza degli Stati e non più sull’equilibrio fra Stati sovrani.

Nella crisi della civiltà europea, quando il nazismo e il fascismo da una lato e lo stalinismo dall’altro, si confrontavano sui campi di battaglia, Spinelli, Rossi e Colorni volevano dar vita a un’organizzazione partitica sovranazionale portatrice di “riforme economico-sociali in chiave continentale”. Ma il fervore avveniristico dei compilatori del Manifesto, bisogna ricordarlo, fece di già ben pochi proseliti anche nel carcere. Fece scalpore l’atteggiamento di Sandro Pertini, il quale, dopo aver sottoscritto il documento, ritirò la firma per obbedienza di partito.

Era la prefigurazione dello scarsa fortuna dell’idea federalista a base democratica e non tecnocratica. Fu quest’ultima, infatti, l’idea che vinse e vince in Europa, in questa Europa nella quale viviamo e ci confrontiamo ancora come stati nazionali e secondo un equilibrio di potenza e non di superamento delle controversie nazionalistiche. Questa verità è ora sotto gli occhi di tutti ed è emersa in tutta evidenza non in economia, dove lo scontro ideale e di potenza divide e non unisce sempre. È emersa con ancor più forza - e ciò può avere conseguenze terribili e impreviste - in merito alle questioni squisitamente politiche, culturali, etiche come l’immigrazione e la guerra. La guerra non in Europa, ma ai confini asimmetrici dell’Europa, in Nord Africa e in Ucraina, dove la presenza russa ritorna a essere un momento di confronto e di contraddizione. Lo stesso si può affermare in merito al confronto con la Turchia e la sua influenza euroasiatica, così come è stato per i secoli della costruzione delle nazioni europee. Nazioni che ora affrontano la minaccia terroristica non unite come dovrebbero.


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