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FINANZA E POLITICA/ Quel buco da 5 miliardi nonostante le "svendite"

Pubblicazione:venerdì 19 agosto 2016

Pier Carlo Padoan (LaPresse) Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Un paio di settimane fa, Massimo D'Alema, in una trasmissione televisiva, rivendicava, tra le riforme che avevano fatto i “rottamati” come lui, anche il vasto programma di privatizzazioni che ha caratterizzato gli anni Novanta. È un ricordo che vorremmo dimenticare, come un brutto incubo. Ma la politica e le sue scelte sono in fondo fatte per dividere. Con quelle privatizzazioni in Italia è rimasto piuttosto poco di strategico in diversi settori industriali, al contrario di altri Paesi dell'Unione europea, ma anche perché quel “vaste programme” di privatizzazioni non portò alcun beneficio reale alle casse dello Stato. Si rivelò alla fine una grande svendita, per un totale di circa 220mila miliardi di lire e chi riuscì a guadagnare veramente furono soprattutto le grandi banche d'affari anglosassoni, che si presero cura di questa operazione in cambio del 5% del totale della vendita. In alcuni casi, ci furono atteggiamenti talmente maldestri della classe politica e dei nuovi “boiardi” di Stato che si presentavano appena dopo la cosiddetta “ventata” di Tangentopoli, che molte realtà italiane volarono via a prezzo di autentica svendita e la Corte dei Conti lo sottolineò nel 2007.

Ora, per fare quadrare sempre i conti, anche in base ai parametri che vengono imposti dall'Unione europea, il governo, attraverso il suo ministero all'Economia, poco prima di conoscere i dati del Pil, bloccato, e dello stock del debito che cresce sempre, in modo quasi ossessivo, aveva pensato di rispettare i numeri mettendo in vendita (si dice sul mercato, oibò) un altro 30% delle nostre Poste e poi di privatizzare l'Enav, cioè la società che si occupa dell'assistenza al traffico aereo, cioè una realtà piuttosto delicata, che difficilmente si privatizza, anche nei Paesi più mercatisti del mondo.

Ma il governo non vuole fare “brutte figure” con la signora Angela Merkel e il “sopravvissuto” Francois Hollande. Quindi, si venda. Solo che i conti non tornano lo stesso. Gira e rigira, malgrado tutte le rassicurazioni e i propositi di ripartenza, si calcola uno sbilancio di circa 5 miliardi di euro. Quindi la strada obbligata è ancora una volta la richiesta flessibilità, oltre al collocamento del 30% delle Poste, alla vendita dell'Enav appunto e a una parte del solito patrimonio immobiliare pubblico, di cui si sente parlare da anni e che ormai ha tutta l'aria di ricordare i “carri armati” che si facevano vedere diverse volte (ma erano sempre gli stessi) a Benito Mussolini per rassicurarlo nello sforzo di “spezzare le reni alla Grecia”.

C'è da considerare che, anche in questa occasione, i venditori italiani sono poco accorti. Fanno previsioni e “Documenti di economia e finanza” piuttosto avventati; registrano dati che qualcuno ha pure il coraggio di definire “discreti”; vedono che il debito continua a salire (77 miliardi di euro in sei mesi) e poi si mettono a vendere in condizione di “bisogno”, fatto che certamente incoraggia e favorisce il compratore. Quanto meno c'è anche un pizzico di superficialità e di dilettantismo, perché nel documento di primavera (quando l'Italia era in cosiddetta “ripartenza”) si diceva: “Il profilo quantitativo degli introiti previsti dalle privatizzazioni risulta molto ambizioso”.


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