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FINANZA E POLITICA/ Gros (Ceps): banche e flessibilità, l’Italia sta sbagliando

Pubblicazione:domenica 21 agosto 2016 - Ultimo aggiornamento:domenica 21 agosto 2016, 9.41

Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi (Lapresse) Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi (Lapresse)

Le banche rappresentano un problema molto serio per l’Italia. Tutti parlano dei crediti in sofferenza, ma senza chiedersi come si sia arrivati a questo problema. Quello che si osserva da molti anni, già da prima della crisi finanziaria, è che l’erogazione del credito era addirittura superiore a quella della Germania, ma rendeva poco. Anni, anzi decenni, di investimento che rende poco alla fine fa sì che ci siano dei crediti in sofferenza, che molte imprese non riescono a ripagare. Le banche italiane, soprattutto quelle in cui la politica era ancora centrale, hanno apparentemente prestato molto a soggetti che non hanno saputo impiegare bene questo capitale. Ed è molto significativo che siano le banche venete ad andare peggio, quando il Veneto dovrebbe essere una delle regioni economicamente più forti dell’Italia.

 

Il “grande malato” è però Montepaschi.

Per Mps vale lo stesso discorso: la Toscana, come le regioni dell’Italia centrale, non è la parte più disastrata d’Italia. Allora bisogna chiedersi come siamo arrivati a questo punto: apparentemente le banche hanno dato troppi prestiti a soggetti che non sono stati capaci di rimborsarli.

 

Questo non può essere dipeso anche dalla recessione del 2011-12 causata da una forte manovra restrittiva?

Senz’altro, ed è una componente molto importante, ma chiediamoci di nuovo: come mai l’Italia è stata attaccata dai mercati? Come mai l’Italia ha sofferto questa recessione considerando che non aveva il boom creditizio che ha avuto la Spagna?

 

Lei che risposte si è dato?

Credo che ci siano due ragioni. La prima è che le banche italiane erano piene di titoli di stato del loro Paese. Per evitare il ripetersi di questo problema ha quindi molto senso mettere un limite all’esposizione delle banche verso i bond sovrani. La seconda ragione è che l’economia era debole perché c’era un alto tasso di credito che era stato dato a delle imprese che non facevano profitti, che non erano abbastanza flessibili per cambiare modello e passare dalla vendita sul mercato domestico all’esportazione.

 

Le banche italiane sono un problema solo per il nostro Paese o anche per il resto d’Europa?

Stanno diventando un problema per il resto dell’Europa. Purtroppo è stato sbagliato approccio. Si poteva dire: c’è un problema in alcune banche italiane, ma ce ne sono altre che sono abbastanza forti. Allora sacrifichiamo le banche più deboli, così quelle forti poi potranno riprendersi e il sistema sarà stabile. Invece si è scelto di dire: facciamo sistema, tutti garantiscono tutti, con i vari fondi Atlante. Questo vuol dire che tutta la barca ha una zavorra importante. Anziché avere barche diverse, alcune che affondano e altre che galleggiano e navigano, si è scelto di legarle, così o si salvano tutte o non ne resta nessuna.

 

Scegliere di far affondare alcune banche avrebbe però comportato, stante la normativa sul bail-in, il coinvolgimento dei risparmi di diversi italiani…

Sì, ma questo è un problema politico, non economico.

 

Per concludere, Professore, torniamo al punto di partenza: l’Eurozona ha un futuro?

Per il momento direi di sì. Quando c’è stata una crisi, è stato fatto uno sforzo politico per salvare l’Eurozona. Adesso non c’è crisi e tutti vanno per conto loro, fanno quello che vogliono. Tornerà una crisi prima o poi, questo è chiaro, e a quel punto si dovrà fare di nuovo uno sforzo per salvare il sistema. Naturalmente la probabilità di una crisi sarebbe minore se avessimo una governance più forte, ma purtroppo gli interessi nazionali sono troppo divergenti e la visione nazionale è spesso di breve termine. Perciò, se siamo realisti, su questo punto c’è poco da fare, per il momento. In ogni caso, secondo me, il sistema è abbastanza forte per poter sopravvivere comunque.

 

(Lorenzo Torrisi)



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