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TASSE E POLITICA/ Totò, Renzi e la manovra "impossibile" per l'Italia

Pubblicazione:martedì 23 agosto 2016

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Sempre molto gradite agli industriali - e al loro nuovo capo Vincenzo Boccia, che proprio ieri l’altro, al Meeting di Rimini, aveva a gran voce invocato il taglio delle tasse - altre due misure che vengono indicate come sicure: la proroga del cosiddetto superammortamento del 140% per chi investe sui costi di questi investimenti, che potrebbero consistere anche - lo chiede il presidente dei Giovani di Confindustria Marco Gay - in beni intangibili, come brevetti, programmi software, addirittura piani organizzativi. Poi il cuore delle richieste di Confindustria: la detassazione dei premi di produttività, già in vigore fino a 2.500 euro, da alzare a 4.000, insieme al tetto massimo di reddito per avvalersene, da 50 a 75 mila. Stipendi da quadri medio-alti, altro che operai e basta. Forse nemmeno Boccia in persona spererebbe di meglio.

Bene, evviva. Qual è allora il problema? Oltre a quello già citato, di carattere generale, cioè che l’ampiezza di queste misure non la deciderà il governo ma il direttorio di Bruxelles, il problema economico è che queste misure tendono tutte a sostenere le aziende che guadagnano, non quelle che perdono soldi e hanno debiti. E da qualche anno le imprese che guadagnano appartengono solo a tre categorie: quelle che esportano; quelle di marca, anche se esportano poco; le utilities (e neanche tutte). Le altre, dipende. E fatalmente il quadro d’insieme che ne deriva dell’economia italiana agli occhi di noi cittadini, non è roseo, o almeno non lo è “a tinta unita”. È a macchie di leopardo. Per una buona notizia che arriva da un punto cardinale, da quello opposto ne arriva una pessima. Il clima complessivo, così, non migliora mai. E anzi fomenta ormai anche un po’ di astio intestino.

Lo ha fatto capire anche Boccia a Rimini, che in piccolo deve gestire come Renzi i suoi problemi di consenso. Il 20% delle sue aziende associate va molto bene ed è preoccupatissimo di ogni vertenza sindacale che possa scatenare scioperi, perché per loro un giorno di sciopero equivale a perdere utili. Il 20% di aziende che va male, è al contrario prontissimo a sostenere la linea dura contro qualunque richiesta sindacale perché se le maestranze scioperano, risparmiano quattrini e riducono le perdite. Al centro, un 60% di aziende che vanno “così così” e che sparigliano, ora schierandosi di qua ora di là, sulla base di mille variabili.

Più che il processo alle intenzioni manca dunque completamente nell’opposizione - sia interna che esterna - a Renzi una domanda-chiave non tanto sulla sostenibilità tattica dei tagli alle tasse, quanto sulle altre parti della manovra economica che sembrano latitare. Il gettito delle privatizzazioni difficilmente raggiungerà gli 8 miliardi previsti per quest’anno; di tagli alla spesa pubblica improduttiva non si sente più parlare; il costo del rinnovo del contratto degli statali resta un’incognita. E naturalmente la riduzione strutturale delle aliquote Irpef sembra fatalmente da rinviare - se va bene - al 2018.


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