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SPY FINANZA/ Mps e Unicredit, i "guai" nei radar dei mercati

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Palazzo Unicredit (Lapresse)  Palazzo Unicredit (Lapresse)

Mps e Unicredit. Altro giro, altro regalo: le banche italiane sono di nuovo sotto pressione. Questo nonostante gli stress test dell'Eba abbiano dato via libera a quattro dei nostri cinque istituti esaminati e che per il quinto, Mps, il governo abbia già un piano, approvato anche dalla Bce. Non importa, tonfo. Soprattutto di Unicredit, in profondo rosso sulla scorta di un aumento di capitale di cui si ignora la composizione. In questi giorni ho sentito dotte analisi di eminenti economisti e professori universitari, i quali però hanno evitato di dire la cosa che a mio avviso risulta la più importante. Ovvero, qual era lo scenario avverso contro cui hanno dovuto confrontarsi le banche europee in sede di stress test? «Lo scenario atteso, costituito dalle previsioni di Bruxelles, prevede una crescita del Pil europeo dell'1,9% nel 2016 e del 2% nel 2017, mentre lo scenario avverso prevede che lo stesso indicatore scenda dell'1,2% nel 2016, dell'1,3% nel 2017 e salga dello 0,7% nel 2018». Ovvero, due anni di lieve recessione e poi rapida ripresa. 

Accidenti che ecatombe, che cigno nero! Non a caso, da questa farsa è uscita indenne anche la disastrata Deutsche Bank, la quale infatti ha fatto meglio di Unicredit, il nostro colosso che, dopo Monte dei Paschi, Raffeisen e Banco di Santander, è la quarta banca con più criticità in Europa, sempre stando a questi credibilissimi stress test. Ma prendiamo in esame i nostri due malati nostrani, partendo da Unicredit, già del 9,4% lunedì e ieri a quota -5% all'ora di pranzo. 

Il nodo della questione è semplice: alla banca serve un aumento di capitale da 5 miliardi, mentre qualcuno parla addirittura di 6,7 e il management deve decidere se operare un aumento puro od optare per un misto di capitalizzazione e cessione di assets. Fino a quando non verrà sciolto questo nodo, il titolo resterà sotto pressione. D'altronde, proprio per dare una sterzata rispetto al passato, Unicredit ha di recente cambiato il proprio Ceo, liquidando Federico Ghizzoni e nominando Jean Pierre Mustier, il quale dal canto suo ha operato una rivoluzione nel management nel segno della discontinuità. 

Ora, nessuno mette in dubbio le doti di Mustier, ma se si voleva lanciare un segnale rassicurante al mercato, sicuri che sia l'uomo giusto? Già, perché Jean Pierre Mustier, quando era banchiere di punta di Société Générale a Londra, era noto nella City per essere un mago della finanza strutturata, quindi non esattamente il banking puro, ma, anzi, la finanziarizzazione del credito ai suoi estremi. Inoltre, Mustier era il capo di Jérome Kerviel, il trader a cui è stata imputata l'intera responsabilità per la perdita 5 miliardi di euro subita da Société Générale a gennaio 2008, a seguito della chiusura di posizioni speculative. È lui stesso a denunciare Kerviel, il quale viene arrestato, processato e poi condannato a cinque anni per aver aperto posizioni in derivati superando i limiti a lui consentiti, nonché sviando i controlli con operazioni fittizie e menzogne ripetute. 

Gli investimenti riguardavano gli equity derivatives, la materia di cui è maestro Mustier: quei prodotti erano saliti fino a sfiorare i 50 miliardi di euro. Ma per la Corte d'appello di Parigi, Kerviel fece tutto da solo, all'insaputa dei superiori. Non era meglio scegliere qualcun altro per guidare il primo gruppo bancario italiano? Magari, scusate la ripetizione, qualcuno di italiano, visto che di banchieri bravi ne abbiamo? 


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