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(S)FIDUCIA ITALIA/ Così Renzi "perde" tre tagli di tasse per un referendum

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È passato alla storia come l’anno della prima, grave crisi economica dal Dopoguerra in poi, ma il 1973 si ricorda anche per altre ragioni “minimaliste”, una delle quali riecheggia oggi sinistramente nelle orecchie di chi sfogli, sconsolato, quel bollettino di guerra che l’Istat, certo a malincuore, ha però dovuto diffondere sulla fiducia delle imprese e dei consumatori in agosto. Entrambe in caduta libera. “La fiducia è una cosa seria e si dà alle cose serie”, recitava in quell’anno un fortunato slogan pubblicitario che promuoveva, in un Carosello, un formaggio a pasta molle di una casa produttrice primaria, all’epoca ancora italiana e poi passata - fu la prima di una serie - in mani francesi: la Galbani.

Quel claim riecheggia sinistramente perché il peggioramento dell’indice della fiducia dei consumatori e delle imprese suggella un’evidenza, e le dà corpo statistico. Nonostante gli sforzi - forse improvvidi o imprecisi ma innegabili - del governo, quel che la politica economica ha potuto fare per tentare di rilanciare il ciclo economico, la crescita, l’occupazione e i consumi in particolare, non è bastato.

Ed ecco l’evidenza: l’indice Istat del clima di fiducia dei consumatori è sceso da 111,2 di luglio a 109,2 e l’indice composito del clima di fiducia delle imprese Iesi da 103 a 99,4. Generosamente, alcuni commenti “a caldo” hanno voluto ricollegare questa debacle all’onda emotiva generata dalla strage terroristica di Nizza, ma tanti (purtroppo) episodi precedenti, dello stesso genere, dimostrano che non è la violenza sanguinaria, per sconvolgente e devastante che sia, a deprimere la fiducia nel futuro delle imprese, se non quella dei consumatori. Dopo le Twin Towers, l’economia Usa ha semmai intrapreso un percorso di rinascita...

No, qui la matrice del calo è squisitamente economica. Quel fremito di miglioramento dei parametri chiave - Pil e occupazione - che s’era pur percepito nel corso del 2015 si è arrestato. La tripletta degli 80 euro nelle buste paga di 10 milioni di italiani, della “ri-abolizione” dell’Imu sulla prima casa e del Jobs Act, con i forti incentivi ai contratti di nuova formula, aveva effettivamente rianimato gli spiriti dei più. Eppure...

Eppure il vero, primo dato allarmante era giunto a fine giugno dall’Abi, che aveva certificato come i depositi bancari fossero aumentati, su base annua, della stratosferica cifra di 45 miliardi di euro: proprio nel corso dell’”annus horribilis” delle banche, quello della “risoluzione” di Banca Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti e del pre-default di Popolare Vicentina e Veneto Banca. E proprio nell’anno in cui praticamente tutte le banche, anche le più floride, hanno azzerato gli interessi sui conti correnti finché una, la grande Postbank tedesca, ha iniziato a farsi remunerare dai clienti per permettere loro di depositare i soldi sul conto...

Cos’è successo? Che i cittadini italiani hanno dimostrato di aver così poca fiducia nel futuro che invece di spendere i soldi in più che avevano pur ricevuto - o sotto forma di 80 euro in busta o di buste paghe aggiuntive nel caso dei neoassunti del Jobs Act, o ancora di tasse sulla casa risparmiate - per comprare beni di consumo o investire in nuove attività li hanno risparmiati e messi in banca: pur non fidandosi più delle banche! Peggio di così... Ingiusto fare il processo alle intenzioni di Renzi e del governo, che certamente erano le migliori. Ma evidentemente la loro applicazione pratica è stata sterile. O “poco seria”, per parafrasare lo slogan del ‘73.


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