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Economia e Finanza

FACEBOOK/ Se una collaboratrice part-time manda in tilt 4 quotidiani del Veneto

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E il più sostanziale dei nodi irrisolti è probabilmente quello che, su un caso specifico, lo sciopero dei quotidiani veneti ha sbattuto sul tavolo: riaffermando che i "giornali" vanno fatti da "giornalisti professionisti e contrattualizzati", cittadini di una sistema di regole professionali e sindacali ben definite e tendenzialmente poco modificabili. Un sistema che ancora oggi tende a escludere che le notizie su un terremoto nelle Marche vengano trasmesse in Veneto - anche al semplice social account di una testata - da una giornalista non/poco contrattualizzata e magari fuori dal recinto professionale dell'Ordine.

E' noto invece che nella bozza di nuovo contratto in discussione gli editori prevedono la creazione di una nuova griglia di qualifiche professionali agganciate allo sviluppo dei digital media (verrebbe identificato anche il ruolo di chi - in una redazione - dialoga con gli utenti sui social media). Non è un mistero che gli editori guardino all'inclusione contrattuale del giornalismo digitale - e all'utilizzo di tutta la flessibilità possibile (smart working a domicilio) per aprire nuovi accessi low-cost al giornalismo e avviare un abbassamento strutturale del costo del lavoro giornalistico. E' un altro dato di fatto che la crisi dell'editoria giornalistica sia altrettanto strutturale: grandi gruppi nazionali come Rcs e Sole 24 Ore hanno i conti in rosso da molti anni. E quando Urbano Cairo - nuovo patron del Corriere della Sera - lascia circolare la voce che il prezzo di vendita del quotidiano potrebbe scendere in parallelo al ridisegno del prodotto, prospetta in un futuro prossimo la rimodulazione radicale dei costi di produzione - anche di quelli giornalistici - fuori dal vecchio mondo cartaceo e ben dentro quello digitale.

I giornalisti veneti della Finegil hanno detto forte e chiaro che loro intendono resistere alle spinte in questa direzione. La democrazia economica è anzitutto questo: tacciarli di essere minatori barricati contro un'ondata di liberismo thatcheriano in arrivo nella media industry tricolore sarebbe scorretto e ingiusto. Sarà però interessante sentire (o magari non sentire) le opinioni delle altre redazioni e osservare infine i comportamenti al tavolo Fnsi-Fieg e soprattutto gli esiti della trattativa. Che, com'è noto, ha un convitato di pietra: il governo Renzi con un decreto editoria pronto ma non ancora votato in Parlamento e non ancora dotato di portafoglio definito. Un provvedimento che vuole sostenere il pluralismo dell'informazione, ma anche lo sviluppo digitale e - ovviamente - l'occupazione giovanile anche in campo giornalistico.

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