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UE vs APPLE/ Tim Cook "evade" a Dublino, Fca lo fa in Olanda...

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Probabilmente esterovestire la Dicembre è troppo rischioso e trasferirsi materialmente all'estero per portare con sé la holding, pagandone i relativi costi, è — per l'allampanato John e i suoi rampolli — esistenzialmente noioso.
L'elenco delle società italiane, anche di grande lignaggio, che hanno scelto la libertà fiscale espatriando nei "Paradisi possibili" potrebbe continuare: soprattutto perché il vecchio criterio, ovvio e anzi lampante, secondo cui le tasse si pagano nel Paese in cui si sviluppano i profitti, è ormai calpestato ovunque, e nessuno finora diceva niente.
Poi l'Europa si è svegliata perché Apple ha strafatto, ha esagerato; e adesso la casa della mela paga pegno, forse perfin troppo: ma se ci ricordiamo che comunque proprio la Apple aveva dovuto pagare 318 milioni all'erario italiano come risarcimento per il fiscal-dumping perpetrato qui, addentata alla caviglia dai coriacei ispettori dell'Agenzia delle Entrate, dobbiamo riconoscere che gli eccessi prima o poi vengono puniti e che gli eredi (pallidi) di Steve Jobs una bella coda di paglia ce l'avevano da tempo.
Tutto bene, dunque? Neanche per sogno. Niente di bene per l'Italia, che con un "global tax rate" che veleggia verso il 50% dei redditi, è e sarà sempre fanalino di coda di qualunque graduatoria fiscale; e poco di bene anche per l'Europa, che se permette simili asimmetrie e scompensi tra Stati membri smonta, anziché porre, le poche premesse sopravvissute ad un'autentica integrazione economica e civile del continente. E attenzione: niente di bene per l'Europa anche in senso genericamente geopolitico. Il governo americano si è ferocemente schierato a difesa degli interessi della Apple: anche perché la decisione di Bruxelles capita a due giorni dalla pernacchia con cui la Germania — infischiandosene di ogni concertazione europea, tanto in Europa comanda lei — ha definito chiusa la trattativa sul Ttip.
Ora, la storia insegna che nel mondo invece comandano gli Stati Uniti, in un modo o nell'altro. Va avanti così fin dalla reazione vincente degli americani a quel remoto affondamento del piroscafo Lusitania, che segnò la discesa in campo degli Stati Uniti a fianco della Gran Bretagna e contro la Prussia nella prima guerra mondiale. Poi hanno salvato il mondo da Hitler, nella seconda. Poi l'hanno salvato — per ora — dalla terza guerra mondiale, impedita solo dal deterrente nucleare, che hanno "inventato" loro. Insomma, gli Usa sono un'armata compatta, l'Europa sembra una compagnia di ubriachi.
Morale: difendersi dalle arroganze americane, compresa quella di pagare le tasse dove gli pare e dove costano meno, è giustissimo. Invece, trattare a pesci in faccia un Paese dal quale economicamente persino la Germania dipende, è un po' imprudente. Dignitosi sì, imprudenti no. Non fu Tangentopoli a seppellire Craxi, fu la schiena dritta che l'ex leader socialista mostrò schierando i Carabinieri contro i Marines a mitra spianati sulla pista di Sigonella. Si è visto com'è andata a finire.
La partita fiscale Usa-Ue è appena agli inizi. E non è solo fiscale.



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