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MPS/ Le verità "assenti" su Montepaschi

Mps in Borsa soffre nonostante il piano di salvataggio varato. Il problema, dice ANDREA BARISTON, è che su Montepaschi restano alcuni punti oscuri su questioni poco dibattute

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NOTIZIE MPS In Borsa le azioni in borsa della banca più antica del mondo sono sempre sulle montagne russe, prima e dopo gli stress bancari, così come riguardo l'annuncio del piano di salvataggio, poi confermato: aumento di capitale e cessione dei crediti deteriorati al fondo Atlante in parte garantito anche con soldi pubblici. Scomparso così lo spauracchio del bail-in, si suona la gran cassa della banca risanata. Quanti aumenti di capitale ha dovuto affrontare il Montepaschi in questi ultimi anni? Due, rispettivamente di 5 miliardi e 3 miliardi di euro, a cui si aggiunge la conversione parziale dei Monti bond per 240 milioni. Ora un nuovo aumento di capitale di 5 miliardi, aperto al mercato. In cinque anni è stato necessario ricapitalizzare la banca per 13,240 miliardi. 

Come si osserva dal grafico a fondo pagina, il valore delle azioni è crollato: il 30 giugno 2011 la capitalizzazione era di circa 6 miliardi, sono seguiti 8,240 miliardi di aumenti di capitale e nonostante questa iniezione di denaro oggi la capitalizzazione è inferiore ai 900 milioni. Le perdite continuano a emergere: è d'obbligo un ulteriore piano di salvataggio. Il problema del salvataggio di Mps e dei suoi correntisti e obbligazionisti non analizza però il problema vero, perché si è arrivati a questo punto - il tempo presente delle cose passate, direbbe Sant'Agostino - con molte domande aperte e mai chiuse, indagini aperte e nessuna risposta. Partirei quindi dall'origine. 

Nel gennaio del 2013 il primo terremoto. I principali quotidiani del Paese riportano che il problema del Monte, il "peccato originale", è stato l'acquisto di Antonveneta. Ma a quel peccato, commesso ormai otto anni fa da Montepaschi per l'acquisto dell'istituto veneto, già al centro di un caso giudiziario, si diceva, sottace anche un aggravio di reato penale: il pagamento di una maxi-tangente, tra uno e i due miliardi di euro, perché "l'affare" tra Mps e Santander - che vendeva - andasse a buon fine. 

La notizia fece il giro del globo, delle procure italiane e delle segreterie dei partiti politici. A oggi nulla si sa sulla verità, domandiamoci il perché. I vertici sono stati condannati in primo grado a tre anni e sei mesi per ostacolo alla vigilanza, nulla si dice della fantomatica tangente. Sicuramente qualcosa non torna, visto che si è recentemente richiesta la riapertura delle indagini, per lo pseudo suicidio del responsabile della comunicazione, David Rossi. I misteri sono ancora molti da risolvere e la stampa italica non insiste per conoscere la verità, se non la giornalista Milena Gabanelli. 

Ma torniamo al "peccato originale". Le notizie di allora riportano che il presidente Mussari acquistò Antonveneta al telefono con Botin nella notte, con un ultimo rilancio, escludendo dal prezzo le sue partecipate, in particolar modo Interbanca. Dalle informazioni desunte, prima della cessione di Antonveneta nel 2008 al Montepaschi, la stessa Antonveneta trasferì a un veicolo estero la partecipata Interbanca, il quale vendette poi al Santader Interbanca. A che prezzo furono eseguiti questi trasferimenti? E a chi apparteneva il veicolo estero? 

Ancora, appena acquistata Antonveneta, Mps costituì una newco, la nuova Banca Antonveneta, alla quale vennero conferite le filiali di Antonveneta e, contemporaneamente, fu deliberata la fusione fra la vecchia Antonveneta e il Montepaschi stesso. A maggio si acquistò, a giugno si deliberò l'efficacia della fusione, evitando quindi di evidenziare nel bilancio semestrale i movimenti emersi dalla compravendita di Interbanca. Antonveneta, infatti, era una società quotata e aveva l'obbligo di informazione.