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BANCHE/ Mps e co., i “guai” che frenano il Fondo Atlante

Le banche avranno molti meno margini per realizzare profitti e utili. Dunque perché stupirsi, dice SERGIO LUCIANO, se le Casse previdenziali dicono no al Fondo Atlante?

Ignazio Visco (Lapresse) Ignazio Visco (Lapresse)

“Le banche sono imprese, anche loro devono pensare a un nuovo modello di business. Con le nuove tecnologie c’è meno bisogno di personale, è necessario proseguire nella riduzione di una presenza territoriale eccessiva. Dovranno tagliare i costi e nel breve periodo questa sarà la cosa più difficile. Se si dovrà ridurre il personale occorrerà usare al meglio gli ammortizzatori sociali esistenti e, eventualmente, anche pensare a integrarli con interventi ad hoc”: parola di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, in un’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera.

“Lo scopo delle nostre riforme è: meno banche ma più solide e capaci di erogare credito a famiglie e imprese. Però non nascondiamoci dietro un dito: c’è eccesso di occupazione che andrà gestito in tempi e modalità dovute. Con meccanismi che facilitano l’uscita dal lavoro dei bancari vicini alla pensione”: parola di Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia.

Sta tutta in queste due recenti - e generiche ma lucide - dichiarazioni, la sacrosanta spiegazione del “no” opposto dalla maggior parte delle Casse previdenziali private alla richiesta loro avanzata dal Fondo Atlante di partecipare all’investimento finanziario nel “nuovo” Monte dei Paschi di Siena. Ammesso, augurato ma non concesso che il piano di salvataggio del Monte predisposto da JpMorgan con Mediobanca possa davvero risolvere i problemi dell’istituto, resta il fatto che il settore creditizio in genere è oggi un’industria da cui l’investitore prudente - quello che preferisce il certo all’incerto e che alla rischiosa opportunità di guadagnare il 100% preferisce la noiosa certezza di guadagnare il 5% - si tiene distantissimo.

Quel che sta - o dovrebbe stare! - a cuore dei gestori dei patrimoni previdenziali che le Casse hanno drenato dai loro circa 2 milioni di soci è la stabilità del rendimento dei loro investimenti nel tempo. Il titolo su cui investire, per loro, è idealmente il titolo di Stato a lungo termine e non speculativo, quello che a scadenza avrà dato un ottimo rendimento o darà un buon capital-gain a chi lo venderà sul mercato secondario prima della naturale scadenza. Niente a che vedere, dunque, con un investimento del genere proposto alle Casse, che potrebbe anche andar bene o molto bene, ma potrebbe anche tradursi in un bagno di sangue: o non c’era bisogno di chiamare a raccolta tante banche di mezzo mondo se non ci fosse una fifa blu di non riuscire a far sottoscrivere l’aumento di capitale da 5 miliardi previsto per Mps.

La situazione industriale delle banche è oggi nerissima. Il margine da differenziale d’interessi si è molto ridotto; il margine da servizi viene eroso mese dopo mese dalla cosiddetta “fintech”, la finanza digitale applicata ai servizi finanziari e bancari, che devia sugli smartphone dei clienti decine di servizi, appunto, un tempo svolti solo da esseri umani dietro a sportello. A proposito di sportelli, Intesa Sanpaolo prevede di ridurre gli sportelli da 4100 a 3300, Unicredit di ridurre 500 sportelli da qui al 2018 sulle attuali 4100 e Mps 200 degli attuali 2300.