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Economia e Finanza

FINANZA/ I veri interessi dietro l'attacco del Governo a Bolloré

Vincent Bolloré (LaPresse)Vincent Bolloré (LaPresse)

Dunque adesso a Roma qualcuno si accorge che Bolloré non è solo il primo singolo azionista di Mediobanca, ma è anche - tra gli altri - l’unico a essere padrone in casa sua, debolmente contrastato dal primo socio italiano, Unicredit, che ha bisogno di 7 miliardi di euro per ricapitalizzarsi e che a tutto può pensare fuorché a difendere l’italianità di Mediobanca: e, con essa, quella della sua unica controllata di pregio residua, cioè le Assicurazioni Generali, di cui oggi piazzetta Cuccia controlla il 13%, ma deve scendere sotto il 10% per aderire alle regole internazionali in vigore dall’anno venturo e comunque non avrebbe la forza finanziaria per difendere sul serio la sua posizione.

Non a caso - anche questo Palazzo Chigi avrà forse letto sul Sussidiario - nelle sale che ancora hanno testa pesante della cosiddetta “alta finanza” italiana c’è chi progetta una fusione Generali-Mediobanca-Unicredit, che crei un gruppo bancassicurativo per certi versi somigliante al Credit Agricole e, perché no, al gruppo Poste che, tra Banco Posta e Poste Vita, rappresenta oggi il concorrente numero uno, in Italia, di tutte le banche e di tutte le assicurazioni private.

Sul piano industriale e operativo inserire Mediobanca in un grande gruppo bancario universale significherebbe ridarle quella linfa, quello sprint e quelle dimensioni che il mercato descrive come ormai persi; e aggregare Generali a un colosso come Unicredit significherebbe diluire i problemi della banca in un contesto ampio, altrettanto internazionale, ricco di potenziali sinergie capaci di portare quei margini che una parte dell’attività bancaria tradizionale ha irrimediabilmente perduto. D’altronde, anche per Generali aggiungere al canale di vendita dei suoi agenti una rete di sportelli fitta e, come dire, “scarica” di attività tradizionali sarebbe un bel atout.

Di fronte a un simile disegno, in un simile colosso, allora sì che un po’ dei nuovi “rentier” italiani - gli ex imprenditori come i Bulgari, i Pesenti, i Loro Piana, in parte ora perfino Caltagirone e in prospettiva Del Vecchio, che hanno venduto o stanno vendendo le loro aziende per trasformarsi da imprenditori a percettori di dividendi - potrebbero metter dei soldi, soldi veri, per rafforzare la gravitazione nazionale del controllo del maxigruppo. Ma allo scopo di guadagnarci: sotto l’egida del tricolore, però. Operazione, quest’ultima, renziana come poche.

Chissà che non sia un caso se oggi Palazzo Chigi fa trapelare inquietudine contro Bolloré. Un modo per dirgli: adesso fermati, altrimenti qualche colpetto possiamo batterlo perfino noi. E sarebbe ora.

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