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VENDITA ESSELUNGA/ Caprotti, Poletti e gli "errori" da evitare per l'Italia

Bernardo Caprotti (Lapresse) Bernardo Caprotti (Lapresse)

Ora: Giuliano Poletti, prima di fare il ministro, è stato per dodici anni presidente della Lega Coop, cui quelle cooperative di consumo aderiscono come vere e proprie socie di riferimento. Sarebbe stato più elegante, per lui, ricordare questo dissidio, anche per confermare le proprie buone ragioni, ma se non altro per sottolineare che oggi, come ministro, ritiene (dovrebbe ritenere!) che Esselunga è un asset per il Paese, soprattutto perché una proprietà italiana può meglio di altre straniere (anche se la francese Auchan ha lavorato anch’essa molto bene in questo senso) valorizzare, per esempio, la filiera agroindustriale nazionale “a chilometro zero”...

Ma tant’è. Per Poletti, ben venga un italiano - forse le sue Coop? -, ma niente di male se viene uno straniero. Il che significherebbe cedere un altro 9% della nostra grande distribuzione a interessi stranieri, che sicuramente pagherebbero in Italia meno tasse dei concorrenti locali, retrocedendo “infragruppo” all’estero parte degli utili ante-imposta e tutti i dividendi. Un impoverimento, insomma, altro che “niente di male”. Il caso Apple non ha insegnato niente? E la fuga in Gran Bretagna prima e in Olanda poi di Fca e di Exor?

Altro è, invece, fare un discorso paleo-sindacale, di quelli che non usano più perché non sono chic e sono da gufi. Ricordare cioè all’opinione pubblica che le responsabilità della classe imprenditoriale sul declino in atto nel nostro Paese non sono poi così inferiori a quelle della classe politica. Perché, certo, investire e lavorare in Italia comporta più rogne del dovuto, ma se non si trovasse nessun gruppo italiano pronto a comprare Esselunga sarebbe l’ennesima prova di una generale voglia di “disimpegno” che serpeggia tra le file dei grandi imprenditori. Un “indietro tutta” che con un’eventuale cessione all’estero di Esselunga scriverebbe un ennesimo brutto capitolo.

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