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VENDITA ESSELUNGA/ Caprotti, Poletti e gli "errori" da evitare per l'Italia

Pubblicazione:martedì 13 settembre 2016 - Ultimo aggiornamento:martedì 13 settembre 2016, 22.23

Bernardo Caprotti (Lapresse) Bernardo Caprotti (Lapresse)

Nel caso di una vendita di Esselunga da parte del suo patron Bernardo Caprotti “ben venga” la cessione a imprenditori italiani, anche se “non vedrei nulla di male” se arrivassero investitori internazionali purché con una “soluzione di mercato”. Parola di Giuliano Poletti, ministro del Lavoro. Ora, proviamo a capirci, con tutto il rispetto per il ministro. Se Poletti interpellasse il suo collega Carlo Calenda, responsabile dello Sviluppo economico, e gli chiedesse che differenza c’è tra investimenti esteri “green field” (prato verde) e investimenti esteri “brown field” (area già edificata), realizzerebbe che non sono la stessa cosa e che quel “nulla di male” va forse ripensato.

Calenda lo ha teorizzato più volte in pubblico. L’investimento estero auspicabile per l’Italia, come per qualsiasi altro Paese, è quello con cui un investitore viene sul nostro territorio a costruire da zero (“green field”) una nuova attività economica. Per riuscirci compra materiali, fa lavorare imprese, assume addetti che prima non lavoravano o lavoravano altrove guadagnando meno. Paga tasse su fatturati che prima nessuno faceva: in una parola, crea sviluppo. L’investimento estero che non è sempre auspicabile, per l’Italia, è quello di chi invece viene da noi a comprare un’azienda che già c’è e già funziona, e quindi non fa che rilevare la proprietà di un fatturato e di un organico professionali già esistenti, già contribuenti del fisco. Spende soldi, sissignore, ma li versa nelle tasche del venditore, e quindi solo molto marginalmente in quelle del Paese. E non sempre lo fa per sviluppare ulteriormente questi business e farli crescere: dipende da quanto questo collimi con gli altri interessi che l’investitore estero in questione ha altrove, magari al suo Paese. I tedeschi che hanno comprato Italcementi hanno subito iniziato a progettare tagli all’organico di Bergamo che i Pesenti non avevano avuto ancora l’animo di fare, prima di vendere. Idem la Whirpool con l’Indesit. Chiaro? Semplice, addirittura.

Si deve aggiungere una sommessa nota a margine su Caprotti e Poletti. Il roccioso imprenditore che il 7 ottobre prossimo compirà 91 anni (novantuno!) ed è ancora padre-padrone del gruppo che ha creato è un personaggio unico. Assolutamente geniale nel suo campo, ha reso l’Esselunga la catena più efficiente d’Italia e tra le migliori d’Europa. Sempre all’avanguardia nelle innovazioni distributive, attento al rapporto qualità-prezzo, Caprotti è sempre stato schierato a centro-destra, è sempre stato amicissimo di Berlusconi ed è sempre stato osteggiato sul territorio da molte (non tutte, per fortuna) amministrazioni comunali di sinistra che boicottavano i suoi supermercati, e le sue richieste di nuove licenze commerciali, per compiacere le coop di Coop Italia, eccellente e grandissima catena di distribuzione italiana, ma eterna seconda per performance proprio dietro Esselunga. Allo scontro con le Coop, Caprotti ha dedicato un libro-pamphlet intitolato “Falce e carrello. Le mani sulla spesa degli italiani”, in cui ne raccontava un sacco e una sporta contro le Coop, che hanno reagito attaccandolo in tribunale su almeno tre fronti, con vicende ancora pendenti davanti a varie corti, e con alterne vicende.


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