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RENZI vs MERKEL/ E ora Matteo resta imprigionato nel referendum

Pubblicazione:domenica 18 settembre 2016

Matteo Renzi (LaPresse) Matteo Renzi (LaPresse)

C’è un terzo fattore, politico non economico, che rema fortemente contro il Fiscal compact: il populismo. Nessuno vuole il rigore nei conti pubblici, anzi tutti da destra e da sinistra invocano un intervento più ampio dello Stato o per ragioni assistenziali (il reddito di cittadinanza, per esempio, o i salvataggi delle imprese industriali e delle banche) o perché è tornata in voga la “politica industriale”, cioè lo Stato banchiere e industriale. Ciò è vero in Italia dove la Cassa depositi e prestiti ormai estende i suoi rami anche nelle banche (come nel caso del Monte dei Paschi di Siena). È vero nella Francia sempre statalista o per lo meno colbertista. È vero in Germania dove lo Stato controlla Commerzbank e sta studiando come utilizzarla per consolidare la grande malata, cioè Deutsche Bank.

Renzi, dunque, dice quel che tutti pensano. Ma qual è l’obiettivo? Il Fiscal compact è stato fatto votare dai parlamenti. Adesso bisogna dire “abbiamo sbagliato”? La Merkel non lo farà mai, anche perché i suoi conti sono in ordine e in fondo può permettersi di finanziare il Modell Deutschland. Si possono prevedere eccezioni per alcuni paesi, predeterminando così quell’euro di serie A e di serie B che tanto piace a Joseph Stiglitz. O si può mettere nero su bianco quel che avviene già di fatto: uno slittamento sine die, collegando il rispetto del patto a un obiettivo di crescita nominale (cioè prodotto e prezzi) che lo renda sostenibile. Così come la politica monetaria ha un obiettivo (il due per cento di aumento annuo dei prezzi), anche la politica fiscale avrebbe il suo in termini di sviluppo: il cinque per cento, per esempio (due per l’inflazione e tre per il prodotto reale).

Tutto si può discutere, ma a questo punto, dopo “lo strappo”, Renzi dovrebbe presentare una proposta in grado di raccogliere il consenso di chi si sente soffocato dal corsetto dell’austerità. Questo consenso, sia chiaro, non esiste. La Francia preferisce violare i trattati invece di riformarli. La Spagna senza governo va avanti di elezione in elezione. La Grecia è di nuovo in ambasce. Dunque, il rischio di restare isolati è più che concreto. Ma il governo italiano potrebbe comunque recuperare uno spazio di manovra politico, almeno di qui al referendum. Poi, chi vincerà vedrà.



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