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FINANZA E POLITICA/ Il rebus della manovra tra bugie e paletti

Dopo la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza il Governo dovrà predisporre la Legge di stabilità, non senza difficoltà, spiega STEFANO CINGOLANI

Matteo Renzi (Lapresse) Matteo Renzi (Lapresse)

La nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che il governo dovrebbe varare tra oggi e domani prende atto di una situazione ben peggiore delle previsioni. In primavera il governo stimava la crescita del 2017 attorno all’1,4%; oggi come oggi questa percentuale è dimezzata. Sale il disavanzo pubblico e, senza misure correttive, il debito, sia in quantità (ogni mese si batte un nuovo record), sia rispetto al prodotto lordo. Dunque, si parte con un handicap non trascurabile e non sarà agevole recuperarlo.

Matteo Renzi spera ancora nella flessibilità che diventa un mantra ormai un po’ noioso. Soprattutto è un’illusione. Così come illusoria è l’idea che l’Italia nell’Unione europea dopo la Brexit sia il terzo membro di un direttorio dei grandi paesi fondatori. Bratislava e Berlino lo dimostrano. Renzi ha preso cappello, ma in realtà anche l’incontro di Ventotene è stato solo fumo negli occhi. L’unico asse, per quanto ormai asimmetrico, resta quello tra Berlino e Parigi.

Se le cifre anticipate dai giornali verranno confermate, la manovra di bilancio per il 2017 sarà modesta, forse la più modesta degli ultimi anni. Si parla di 20 miliardi, 15 dei quali serviranno per stoppare l’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia. Il resto, davvero pochino, dovrebbe stimolare una crescita che, se nulla cambia, può addirittura rallentare. Di questi 20 miliardi, 13 saranno a debito, altri 7 vanno trovati nelle pieghe della spesa pubblica, tagliuzzando e rinviando. Il primo rinvio riguarda la riduzione dell’Irpef e del cuneo fiscale, cioè le due misure che sarebbero state più efficaci per spingere la congiuntura.

L’obiettivo di crescita realistico, in base alle scarse risorse disponibili e all’impossibilità di sfondare i parametri europei, s’aggira tra lo 0,8% e lo 0,9%. Matteo Renzi, però, vuole evitare assolutamente quello zero prima della virgola e punta a 1,1%; forse si arriverà a una mediazione. Ma con 5 miliardi di euro da destinare alla domanda interna sarà difficile raggiungere quell’obiettivo che, lo ripetiamo, è comunque inferiore a quello della primavera scorsa.

Il governo spera di sottrarre dal disavanzo circa 7 miliardi da destinare alla ricostruzione dopo il terremoto di Amatrice, agli immigrati e ai primi stanziamenti del piano casa, ricorrendo alla clausola delle “circostanze eccezionali”. L’Ue è disposta a considerare eccezionale solo il terremoto, perché l’immigrazione non è certo una tantum, e per la casa si tratta di un investimento di lungo periodo. Se passa la linea italiana, allora il deficit per l’anno prossimo sarà del 2,1%, altrimenti salirà al 2,5%.

Certo, Renzi ha ragione a dire che in questi mesi è peggiorata la situazione esterna anche se la Banca centrale europea continua a irrorare l’economia di moneta liquida, ma rischia di essere un alibi. Con l’eccezione della Grecia, i paesi dell’area euro crescono ben oltre il punto percentuale, dalla veloce Spagna (3,2%) alla fiacca Francia (1,4%), secondo gli ultimi dati Le peggiori condizioni esterne valgono per loro come per l’Italia. A cambiare nettamente sono le condizioni interne.