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SPY FINANZA/ Le balle sui referendum di Italia e Svizzera

Pubblicazione:mercoledì 28 settembre 2016

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Sul referendum tenuto in Canton Ticino ho sentito una serie di bestialità degne proprio di questo Paese. La valutazione media, con il ditino puntato verso la Lega, era questa: si è sempre "terroni" di qualcuno più a Nord di noi. Un'idiozia, ovviamente, ma che sottende un dato molto più grave: il non aver capito o il non voler capire, che è anche peggio, quale messaggio sia arrivato domenica dalla vicina Svizzera. Quel 58% di ticinesi che ha votato per una limitazione del numero di lavoratori frontalieri non ha detto un no aprioristico agli italiani per motivi etnico-razziali, ha voluto dire no al dumping salariale che la manodopera italiana sta operando in Svizzera. Il costo della vita, infatti, in Italia è del 40% in meno rispetto che in Canton Ticino e il fatto che i frontalieri del varesotto o del comasco accettino stipendi molto più bassi di quelli che giustamente reclamano i ticinesi per vivere, porta con sé un peggioramento del trattamento salariale generale in base al sottile ricatto del "se non ti va bene, assumo un frontaliero che mi dice anche grazie". 

Dalla Svizzera, dunque, è arrivato un enorme atto di giustizia popolare, lo ha infatti deciso un referendum, anche nei confronti di quegli imprenditori furbetti che si fanno beffe di standard e diritti acquisiti e usano la scappatoia della manodopera a basso costo - rispetto agli standard ticinesi - per portare avanti i loro business. Già ora, poi, in Svizzera ci sono restrizioni sulle quote, in base alle quale per un tot numero di posti di lavoro prima bisogna vedere se si trova un candidato idoneo nelle liste di collocamento elvetico e, solo in caso negativo, si può assumere lavoratori stranieri: purtroppo, sono molti gli imprenditori che "fingono" di non trovare svizzeri con i requisiti necessari per prendere lavoratori pari livello italiani che fanno risparmiare loro un bel 30-40% sul salario. 

Cosa c'è di scandaloso nel referendum, quindi? Gli svizzeri, nel loro piccolo, con la loro scelta hanno messo in discussione il principio delinquenziale della globalizzazione, le logiche dei vari trattati tipo Ceta o Tttip che anche in Italia vengono avversati, salvo non capirne le logiche e arrivare al paradosso di contestare il referendum ticinese che ne è il naturale sviluppo di contrasto nel merito. È altro che deve farci paura, in arrivo dalla Svizzera. Ad esempio la nota di Ubs riguardo il referendum costituzionale, il quale come vi avevo detto si terrà il 4 dicembre, in perfetta contemporanea con il ballottaggio delle presidenziali austriache, tanto per regalare un po' di spazio alla speculazione. Ecco alcuni estratti: «L'incertezza politica è uno dei principali rischi per le prospettive europee. L'evento imminente più importante è il referendum italiano sulla riforma costituzionale, previsto per il 4 dicembre», sottolinea Ubs in una nota di ieri. 

Ed ecco i due motivi per cui, per la banca svizzera, questo referendum è importante almeno come quello sul Brexit. In primo luogo, spiegano gli esperti elvetici, per l'incertezza politica, dal momento che il risultato del referendum avrà un impatto sulla decisione del primo ministro, Matteo Renzi, di rimanere o meno in carica, nonostante i recenti tentativi di scollegare il referendum dalla sua decisione di restare al potere. Questo attualmente sembra essere l'obiettivo chiave del mercato. In secondo luogo, la riforma costituzionale è un elemento importante del programma di riforme del governo italiano. Insieme con le riforme del passato, come quella sul mercato del lavoro, il proseguire sulle riforme è positivo per le prospettive di crescita a più lungo termine. 


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