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SPILLO/ La "grana" in più per le banche italiane

Pubblicazione:giovedì 29 settembre 2016

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Tra tanti miliardi di euro o di dollari che ballano per le crisi delle grandi banche - dal Monte dei Paschi di Siena all'ancor più malata Deutsche Bank -, ieri le cronache si sono incaricate di far rientrare la crisi direttamente nelle tasche degli italiani attraverso una campagna di rincari sui costi dei conti correnti, aperta contemporaneamente e di fatto per le stesse ragioni da colossi come il Banco Popolare, l'Ubi, Unicredit… Chi rincara il costo annuale di un conto corrente di 12, chi addirittura di 25 euro. La finalità? Ristorarsi del salasso che queste e altre banche hanno dovuto subire per finanziare lo sbilancio degli 1,8 miliardi destinati a CariFerrara, CariChieti, Banca Marche e Banca Etruria, le quattro banche fallite a fine 2015 che stanno per essere vendute ma a prezzi inferiori a quanto il fondo di salvataggio, finanziato appunto da queste e altre banche sane, ha sostenuto per farle andare avanti…

Questa piccola-grande notizia conferma sia che gli istituti di credito italiani ufficialmente "sani" non hanno però più margini di "grasso" finanziario da poter investire "in perdita" per la stabilità del settore; sia che il modello di business delle banche italiane non ha ancora trovato alternative ai prodotti e servizi tradizionali, per quanto siano stati prosciugati dalla concorrenza intestina dell'home banking, e che quando i banchieri hanno bisogno di racimolare in fretta quattrini non possono che tosare i clienti sulle loro esigenze primarie, come la tenuta dei conti correnti.

Su tutto, si staglia l'incertezza degli esuberi bancari, ormai indicati dal premier Renzi (incautamente ma veracemente) in circa la metà degli organici occupati, insomma 150 mila persone su 320 mila. E come potranno essere almeno in parte riciclati questi impiegati ormai inutilizzabili nelle filiali classiche?

Sempre la cronaca economica ha dato uno spunto di criticità in più agli scenari aperti da questa questione. Ha fatto scalpore, infatti, l'acquisizione di una quota di rilevante minoranza da parte del colosso assicurativo tedesco Allianz, nell'azienda digitale italiana Moneyfarm, specializzata nei sistemi di roboadvisory. Di che si tratta? Risposta brutale, per capirsi, poi tutta da dettagliare: i roboadvisory sono sistemi innovativi che rendono meno utile, o meglio utile ma in misura inferiore, la categoria dei promotori finanziari, che nei sogni dei banchieri poteva essere l'unica a incamerare molti impiegati bancari classici disposti a riconvertirsi a nuove mansioni. Se dunque i promotori saranno almeno in parte resi inutili dai robot, che cos'altro mai potranno fare gli impiegati bancari per non restare disoccupati?

"Proviamo a spiegarci meglio. Avranno ancora un ruolo, ma sarà diverso da quello attuale", dice Pasquale Orlando, che è tra i fondatori, e Responsabile Marketing di Deustechnology, una società milanese nata sei anni fa ma già leader nelle soluzioni Fintech, in particolare nel mondo del "roboadvisory", a clienti di primo piano come il Gruppo Sella, Che Banca!, AcomeA Sgr e molti altri. "Roboadvisory significa dare consulenza automatica e digitale all'investitore finale. Il cliente che vuole investire da sé, insomma, e che anziché doversi rivolgere a un promotore per avere i consigli giusti, può usare uno strumento guidato e protetto per puntare a risultati simili. Alle spalle del roboadvisory c'è sempre un team di gestione che inserisce nel robot i dati giusti sui prodotti giusti, lasciando alla macchina le scelte e i confronti di fino. Quindi i gestori non vengono soppiantati. L'anello della catena che rischia è invece quello del consulente finale, appunto il promotore". Che è dunque improbabile immaginare come una categoria destinata a crescere.


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