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ITALIA IN RECESSIONE/ Renzi, la narrazione non basta più

Pubblicazione:domenica 4 settembre 2016

Matteo Renzi (LaPresse) Matteo Renzi (LaPresse)

Per ridurre la pressione fiscale in realtà non ci sono soldi a sufficienza. Così viene ripescata da Susanna Camusso, segretario della Cgil, la solita patrimoniale, ma questa volta per pagare il taglio delle imposte sui salari, proposta irrealistica quanto iniqua perché la ricchezza italiana è fatta soprattutto di immobili e titoli di stato, non di profitti e azioni. E in ogni caso un'eventuale patrimoniale dovrebbe servire a tagliare il debito pubblico.
Bruxelles avverte che i margini di flessibilità sono già stati in gran parte utilizzati. Solo per evitare le clausole di salvaguardia che prevedono aumenti dell'Iva e delle imposte indirette, bisogna trovare 15 miliardi. E quanti ancora per fermare un debito pubblico che continua ad aumentare e non solo perché non c'è crescita? Non è questione di rapporto con il Pil, quel che allarma è la crescente quantità di debito che mese dopo mese occorre finanziare emettendo titoli di stato i quali ormai danno rendimenti negativi e appesantiscono i bilanci delle famiglie e delle banche. Il governo lo scorso anno ha aumentato il disavanzo pubblico dello 0,5% del Pil, senza per questo dare un impulso alla crescita, con disappunto di tutti quei keynesiani di destra e di sinistra che gridano "spendi e spandi". Dunque, la trappola si è fatta ancor più micidiale.
Quanto alla produttività, Renzi sembra aver capito che questo è il vero tallone d'Achille, come insiste da anni la Banca d'Italia, davvero profetessa inascoltata. La distanza con la Germania, ma anche con paesi in crisi che stanno recuperando rapidamente, vedi la Spagna, si allarga. E ciò rende l'Italia ancor più debole e vulnerabile. Crescita, debito, produttività, sono i tre indicatori ai quali guardano i mercati finanziari, è il triangolo magico dello sviluppo che in Italia non riesce a comporsi. Vedremo se ci sarà realmente una conversione verso il sostegno alla produttività sia con la leva fiscale (Renzi ha promesso di cominciare dall'Ires) sia incoraggiando sindacati e Confindustria a riformare a fondo la contrattazione. Qualche segnale le parti sociali lo hanno dato, adesso si tratta di capire che cosa vuole e che cosa può fare il governo. Purché non sia troppo poco e troppo tardi.



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