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SPY FINANZA/ La corsa col trucco dei big dell'auto negli Usa

Pubblicazione:martedì 10 gennaio 2017

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La cosa immagino non stupisca nessuno, visto che - al netto del periodo della decontribuzione - le dinamiche occupazionali italiane sono sempre state da zero virgola, al netto dell'abuso di voucher, senza i quali la situazione sarebbe stata ancora peggiore. È di ieri la notizia che a novembre il tasso di disoccupazione è salito ancora: l'Istat ha certificato un +0,2% su base mensile all'11,9%, il livello massimo da giugno 2015. L'esercito dei disoccupati è salito a quota 3 milioni e 89 mila: l'Istat ha precisato che la stima dei disoccupati nel mese è risultata in aumento dell'1,9%, +57 mila unità e che questo aumento ha interessato entrambe le componenti di genere e le diverse classi di età, a eccezione degli ultracinquantenni. Ovvero, di chi accetta qualsiasi cosa e qualunque condizione, pur di cercare di arrivare alla pensione, maturando contributi come può per non dover andare in banca a chiedere un mutuo per l'Ape. Ma dato ancora peggiore è quello che vede in aumento a novembre anche la disoccupazione giovanile dal 37,6% del mese precedente al 39,4%, ai massimi da ottobre 2015. L'incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è risultata pari al 10,6%, cioè poco più di un giovane su 10 è disoccupato, con un aumento dello 0,7% su ottobre. 

Per il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, preoccupa la situazione dell'occupazione giovanile, «per cui alla diminuzione del tasso di inattività tra i giovani corrisponde solo un aumento della disoccupazione». In ogni caso «rispetto al mese precedente l'occupazione, con un lieve aumento, si mantiene sostanzialmente stabile. All'aumento dei disoccupati corrisponde una più consistente diminuzione degli inattivi, segno che cresce il numero delle persone alla ricerca attiva di lavoro». E di un voucher. Ma, al netto del fatto che gli inattivi fanno percentuale ma la loro ridiscesa nel computo totale non significa che trovino davvero lavoro ma solo che ci provano, ironia (amara) vuole che in quasi contemporanea con la pubblicazione del dato Istat, Fiat Chrysler Automobile abbia annunciato, in occasione dell'apertura del salone dell'auto di Detroit, un investimento da 1 miliardo di dollari per riconvertire e modernizzare due impianti del Midwest degli Stati Uniti dove saranno creati 2mila nuovi posti di lavoro. Insomma, come sempre ha fatto, Fiat anche Oltreoceano gioca d'anticipo sulla politica, posizionandosi al meglio rispetto all'impianto protezionistico annunciato dal presidente eletto, Donald Trump, il quale ha minacciato dazi e penalità per chi andrà a produrre fuori dagli Stati Uniti. 

Trump ha infatti lanciato un'offensiva contro le case che costruiscono vetture in Messico per poi venderle negli Usa, minacciando di introdurre "dazi altissimi". Nel mirino dei suoi tweet sono finite Ford (che avrebbe rinunciato a un investimento programmato di 1,6 miliardi di dollari sempre in Messico), General Motors e Toyota. Detto fatto, Fiat si allinea subito, sentendo profumo di incentivi. L'amministratore delegato del gruppo, Sergio, Marchionne, ha spiegato in una nota che il nuovo investimento negli Usa risponde allo spostamento della domanda verso Suv, truck e pick up: «Continuiamo a rafforzare gli Stati Uniti come hub manifatturiero globale per i brand premium del gruppo. Lo stanziamento, nell'arco di tre anni, riguarderà gli stabilimenti FCA di Warren, nel Michigan, dove saranno prodotte la Jeep Wagoneer e la Grand Wagoneer, e di Toledo, in Ohio, dove sarà realizzato il nuovo pick up Jeep. I piani di produzione saranno soggetti alla negoziazione e all'approvazione finale di incentivi statali e locali». Et voilà, quando mai Fiat prova a fare impresa stando sul mercato e non sfruttando incentivi, bonus, rottamazioni, agevolazioni e chi più ne ha, più ne metta? 


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