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Economia e Finanza

SPILLO/ La "mozione anti-Renzi" per i suoi disastri sulle banche

Non si possono dimenticare gli errori, le dichiarazioni, le decisioni e gli intrecci del Partito democratico e di Renzi rispetto alla crisi bancaria. SERGIO LUCIANO

Matteo Renzi (Lapresse)Matteo Renzi (Lapresse)

Quando la Camera dei deputati votò a maggioranza che sì, Ruby Rubacuori poteva effettivamente essere la nipote di Mubarak il giorno in cui l’allora premier Silvio Berlusconi lo ipotizzò parlando al telefono con la Questura di Milano, credemmo di aver toccato il fondo. Il fondo della menzogna, della pantomima, del vilipendio alle istituzioni con l’aggravante dell’ubriachezza molesta. Ci sbagliavamo. Che oggi Matteo Renzi - lui! - pensi di poter fare una mozione in materia di banche, una mozione contro Ignazio Visco per non farlo rieleggere al vertice della Banca d’Italia, dimostra che i livelli di spudoratezza obnubilata dell’epoca di Ruby sono stati raggiunti e superati.

Tanto che la reazione democratica possibile è - o sarebbe, perché un modo per farla sul serio esiste, ma si manifesta soltanto a lunghi intervalli di tempo, cioè quando si vota - una mozione anti-Renzi. Anti-Renzi-premier. Una mozione per non farlo candidare, perchè poi tanto a marzo 2018 si voterà e Renzi perderà, ma è un’offesa al Paese che possa ricandidarsi uno così. Diciamo la verità: che Renzi osi parlare di banche è surreale come se Fabrizio Corona parlasse di protezione della giovane, se Giuliano Ferrara parlasse di corsa a ostacoli, se Beppe Grillo parlasse di politica (ops, ne parla, in effetti, mamma mia!).

La cosa è incredibile e impensabile per una serie di ragioni che riguardano innanzitutto lui, lui personalmente, e poi tutto il Pd, per la sua storia recente. Cominciamo da quest’ultima. La crisi del Monte dei Paschi di Siena, che pesa da sola sui conti pubblici e nelle tasche di molti italiani un buon 50% di tutta la tragedia-banche, è totalmente targata Pci-Pd-Pd. Per decenni il Monte è stato gestito dal Pci senese, poi dal Pds senese, poi dal Pd senese. Un feudo. Renzi c’era, era in Toscana, faceva il presidente della Provincia di Firenze, poi il sindaco di Firenze: mica faceva sentire un qualche tono di dissenso…

Oggi per questo è inutile che Renzi, toscano, finga di guardare da un’altra parte. Il Monte dei Paschi di Siena è sempre stato il feudo bancario della sinistra di governo, negli ultimi trent’anni. Il suo regime non ha alterato questo storico malcostume: e perché mai, avendo rottamato i precedenti tenutari, sostituendo se stesso a essi? I disastri portano la firma di Massimo D’Alema, il leader che Renzi ha rottamato: ma lo ha rottamato per prenderne il posto, anche al Monte dei Paschi! Come dimenticare l’assurda declamazione dell’avvenuto risanamento del Monte, un anno prima del disastro? Quando da premier Renzi ebbe il coraggio barbaro di dichiarare urbi et orbi che il colabrodo senese era una banca risanata? E che ci avrebbe investito?

Come dimenticare l’offensiva simulazione di un’inesistente offerta del Qatar quando il “legato” del principe Renzi, cioè la JpMorgan, insediò a Siena Marco Morelli, incaricandolo di trovare i soldi per un rilancio inverosimile? E come dimenticare la svendita di otto banche popolari ai fondi esteri che oggi le controllano, gratis, a causa di una riforma priva di senso - e peraltro caldeggiata da quel Visco che oggi Renzi attacca - che il Consiglio di Stato ha poi bloccato, per quanto male era scritta?

Fin qui c’è il passato remoto e il passato prossimo. Poi ci sono le macroscopiche responsabilità renziane sulla gestione delle crisi, almeno pari a quelle che Renzi osa rinfacciare a Bankitalia, comportandosi proprio come il Vangelo dice di non fare. Vedendo cioè la pagliuzza nell’occhio dell’altro, e non la trave nel proprio. Per molte ragioni è noto e chiaro che la presa d’atto delle crisi bancarie in corso è stata procrastinata per non turbare il clima di consenso che Renzi, nel suo delirio di ego, pensava ci fosse e andasse preservato attorno al referendum del 4 dicembre 2016 che ha invece fragorosamente perso: quindi, dilazioni per interesse politico privato.

Il coinvolgimento diretto del padre di Maria Elena Boschi nel crac di Banca Etruria, il quarto per entità dopo quello (tamponato coi soldi pubblici) del Montepaschi e i due deflagrati del Veneto, è indiscutibile. La pressione della Boschi sull’ex amministratore delegato di Unicredito Ghizzoni denunciate nel suo libro sui poteri (quasi) forti da Ferruccio De Bortoli e mai smentita dalla fonte, è una vergogna senza pari.

Questo attacco dei Renzi a Visco, dettato non da desideri di vendetta personali ma dal malinteso calcolo d’interesse (se io attacco l’odiato Visco, qualcuno mi voterà!) è un boomerang: ha dimostrato che Renzi sta per estromettere anche Gentiloni dal novero dei papabili per palazzo Chigi e che ignora il notorio orientamento del Colle a favore di Visco; conferma che insomma Renzi fa sempre e sola di testa sua. Come sempre, da sempre. Sbagliando se non sempre, assai spesso. Vale la pena ritentare con un cavallo così perdente?

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