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Economia e Finanza

CENSIS/ Fuga nello smartphone per gente di poche speranze: ecco l'Italia del rancore

La parola chiave del nuovo 51esimo rapporto Censis, il primo dopo l'era De Rita, è "rancore". Quello di un paese che vorrebbe, ma può solo fino a un certo punto. PAOLA LIBERACE

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La parola chiave del nuovo 51esimo rapporto Censis, presentato anche quest'anno (il primo dopo l'era De Rita) nella sede del parlamentino del Cnel, è "rancore". Proprio quando l'Italia ha ricominciato a crescere, gli italiani si sono scoperti rancorosi: avvertono la crescita, eppure non ne percepiscono i benefici, nutrono risentimento per la mancata redistribuzione sociale del dividendo della ripresa economica e maturano anzi il timore di percorrere a ritroso i gradini della scala sociale. 

Il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii parla di un paese che celebra il ritorno a una congiuntura finalmente positiva: il settore manifatturiero traina lo sviluppo (con un valore aggiunto per addetto aumentato del 22,1% in sette anni), i consumi sono ripartiti (+4% in tre anni), rimettendo in circolo almeno una parte della liquidità accumulata negli anni della crisi. Eppure, questo circolo rischia di essere vizioso: la rinata spesa delle famiglie è infatti assorbita dall'offerta di cultura e di intrattenimento (in controtendenza rispetto all'Europa), dal turismo e dal benessere personale, ma soprattutto nella forma di servizi low-cost o addirittura in nero. 

I dati Censis fotografano insomma l'Italia di Groupon: un paese che vorrebbe, ma può solo fino a un certo punto, per tante ragioni. 

Anzitutto, nel quadro complessivamente più roseo, la dinamica salariale (con stipendi più bassi dei laureati rispetto al resto d'Europa) si conferma un punto debole. Il mondo del lavoro si dibatte tra due estremi, sempre più polarizzati: le professioni del ceto medio, tradizionale ossatura sociale del nostro paese, arretrano a favore dei mestieri meno qualificati e delle élites professionali. 

In secondo luogo, la potenziale spinta propulsiva è frenata dalla crisi demografica del nostro paese: siamo un paese che rimpicciolisce, non soltanto perché invecchia — con gli over 64 anni che oggi superano il 22,3% della popolazione, e che nel 2032 potrebbero raggiungere il 28,2% —, ma anche perché non riesce più a compensare il calo dei nati (il nuovo minimo storico è pari a poco più di 473mila nuovi bambini) grazie alla fertilità degli immigrati. Un discorso a parte riguarda proprio questi ultimi, che in Italia sono mediamente meno scolarizzati rispetto a quelli che arrivano nel resto d'Europa: secondo il Censis, non ci stiamo interrogando abbastanza sulla qualità del capitale umano che riusciamo ad attrarre, e la scarsa quantità degli studenti stranieri iscritti nelle nostre università rispetto a quelli immatricolati in Franca, Gran Bretagna o Germania ne è una ulteriore prova. 

La diffidenza e la rabbia diffuse verso gli immigrati, per gli italiani, sono frutto in parte della necessità di rimarcare una conquista del benessere che, in mancanza di dinamiche sociali ascensionali, appare sempre più flebile: il controcanto di questo (ri)sentimento è l'astio, uguale e contrario, verso chi ce l'ha fatta. Vorremmo, ma non possiamo: il nostro rancore è figlio della sfiducia, della mancanza di prospettive, della rottura di un patto intergenerazionale che portava con sé la tacita promessa, per i figli, di migliorare le proprie condizioni di vita rispetto ai padri. Le aspirazioni tradizionali di questi ultimi — lo studio, la casa di proprietà, l'automobile — sono state oggi surclassate da nuovi miti collettivi, primo tra tutti quello degli smartphones, che testimoniano il ridimensionamento delle speranze, il ripiegamento sul proprio ristretto contesto, l'indifferenza verso il disagio altrui, l'impreparazione a fornire risposte di breve o lungo periodo. Se la crisi materiale sembra ormai alle nostre spalle, una strisciante crisi immateriale, ben più preoccupante, è qui apparentemente per rimanere.

In un quadro che associa al futuro poche speranze, hanno gioco facile i movimenti politici di stampo populista e sovranista: quelli che diffondono messaggi a effetto, di corto respiro, ma dirompenti abbastanza da prospettare un cambiamento radicale che i cittadini si sentono altrimenti incapaci di realizzare. Per questo, il segretario generale Giorgio De Rita ha avanzato il dubbio che si sia di fronte alla chiusura del ciclo precedente, più che all'avvio di un nuovo ciclo: il quale richiederebbe una rottura, un vero e proprio sisma, invece che tanti granelli di sabbia sparsi, incapaci di dare vita a un movimento tellurico. L'aggregazione è la grande assente del nostro paese: che si sviluppa ormai lungo quelle che il Censis chiama linee meridiane, processi "a bassa interferenza reciproca", mentre mancano le linee trasversali, i "paralleli" che garantirebbero l'integrazione del corpo sociale — le riforme istituzionali, gli investimenti pubblici, la politica industriale. 

I germi del nuovo ciclo sono individuabili, secondo il Censis, nella diffusione della tecnologia e nella valorizzazione del territorio: fatta tuttavia salva l'aggressività della prima, tanto veloce nella sua avanzata da lasciare indietro il lento corpo sociale, che quindi le resiste; e la limitatezza della seconda, che se non sufficientemente lungimirante rischia di confinarsi politicamente e socialmente nell'ottica del particulare. Per ritornare a crescere bisogna guardare lontano: come l'esploratore, o come l'alpinista, due immagini pregne di suggestioni, scelte dal Censis per significare l'auspicio che l'inaridito immaginario collettivo degli italiani riprenda quota, che il nostro futuro oggi "incollato" al presente se ne stacchi, per tornare a farsi progetto.  

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