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Economia e Finanza

SCENARIO/ Il destino di Usa e di Trump tra Russiagate e tasse

La riforma fiscale tanto voluta da Trump è stata approvata dal Senato. Ma il Presidente non è in una buona situazione, visto il Russiagate. STEFANO CINGOLANI

Donald Trump (Lapresse)Donald Trump (Lapresse)

Il Senato degli Stati Uniti ha dato il via libera alla riforma fiscale. Non è ancora finita perché il provvedimento dovrà essere integrato e reso omogeneo con le altre leggi varate dalla Camera dei rappresentanti e ciò è sempre foriero di ulteriori ostacoli. Tuttavia Donald Trump ha ottenuto un successo politico, proprio mentre vengono fuori nuove inquietanti rivelazioni sulle relazioni pericolose con la Russia di Putin prima e durante la campagna elettorale.

Questa volta viene investito direttamente Jared Kushner, marito di Ivanka Trump, consigliere del presidente e uno dei maggiori artefici della sua vittoria, accusato da Michael Flynn, il generale che era stato scelto come consigliere per la sicurezza nazionale. Anche per questo motivo Wall Street non ha salutato con un balzo in avanti la notizia che la riforma fiscale ha visto finalmente la luce dopo un anno di annunci. L’indice Standard & Poor’s dei 500 maggiori titoli che stava mettendo a segno un record al rialzo dopo l’altro, è calato addirittura di un punto percentuale. Anche il dollaro è sceso, mentre l’ombra del Cremlino s’allunga sulla Casa Bianca.

La borsa, dunque, preferisce attendere e vedere quali sviluppi avrà il Russiagate, eppure l’America degli affari dovrebbe gioire per il taglio alle imposte, perché i veri benefici ricadranno non tanto sulle famiglie, quanto sulle imprese. È una differenza importante rispetto alle riforme del recente passato: quella di John Fitzgerald Kennedy nel 1963 interessò sia le aliquote individuali che quelle aziendali, come fece anche Ronald Reagan nel 1981. Sia Kennedy che Reagan applicarono la teoria del trickle-down, tagliando innanzitutto le aliquote più elevate sia per le famiglie che per le imprese, e scommettendo sul fatto che i benefici partiti dall’alto sarebbero poi colati giù lungo tutta la piramide fiscale. Reagan in particolare concesse fortissime agevolazioni immobiliari e nel 1986 varò una seconda riforma, più ampia della prima anche se gli effetti sulla congiuntura e sulla distribuzione dei redditi fu inferiore. Un altro taglio venne deciso da George W. Bush nel 2001, ma di portata decisamente inferiore.

Trump via Twitter ha proclamato che il suo è “il più grande taglio alle tasse della storia”, del resto con lui tutto deve essere più grande e storico. Molti esperti ne dubitano, la discussione del resto è andata avanti per mesi e mesi prima di arrivare al rush finale (l’accordo al Senato è stato firmato alle due di notte) motivato soprattutto da esigenze politiche. Dopo le sconfitte in New Jersey e Virginia, i repubblicani vogliono avere qualcosa di consistente da mostrare agli elettori l’anno prossimo quando le elezioni di mid-term potranno cambiare gli equilibri in Congresso.

Ma che cosa prevede la riforma Trump? Viene ridotta in modo permanente l’aliquota aziendale dal 35% al 20% a partire dal 2019, mentre scattano tagli temporanei delle imposte individuali. Vengono drasticamente ridimensionati gli oneri fiscali per le cosiddette società pass-through, dove i profitti passano al proprietario e sono assoggettati ad aliquote individuali. Chi si serve di società pass-through non è in genere un piccolo imprenditore, ma appartiene all’1% più abbiente della popolazione. Inizialmente il 70% degli americani dovrebbe pagare meno, in realtà i ceti medi e medio bassi avranno guadagni minimi che svaniranno nel tempo con la scadenza degli sgravi individuali nel 2025. Milioni di cittadini perdono la possibilità di dedurre le imposte locali nella dichiarazione dei redditi federale. L’ufficio studi del Congresso in materia fiscale, il Joint Committee on Taxation, ha trovato che gli sgravi avranno un effetto minimo sulla crescita, lo 0,8% in più in dieci anni, e scaveranno un passivo di mille miliardi nei conti pubblici.

L’aspetto che più colpisce è di natura politica prima ancora che economica: un presidente che si è fatto eleggere contro l’establishment, in nome dei dimenticati, degli operai colpiti dalla globalizzazione, della gente comune che s’arrabatta per arrivare alla fine del mese, ha scelto di favorire le imprese e non ha puntato invece sulla riduzione delle imposte sulle persone fisiche e sulle famiglie. Gli anti Trump sostengono che è caduta la maschera costruita abilmente dalla propaganda (magari con l’aiuto dei russi) ed è emersa la vera natura di questa presidenza la quale, del resto, s’è circondata di uomini che vengono dalle banche d’affari, oltre che di generali (molti di loro sono rimasti in sella solo pochi mesi, ma questa è un’altra storia). Non sono solo i democratici a cavalcare le critiche, ma anche repubblicani come Mario Rubio, che fino all’ultimo ha tentato di introdurre emendamenti a favore della famiglia sforbiciando un po’ i vantaggi fiscali per le imprese.

I sostenitori di Trump dicono che America First significa far ripartire l’industria, rimettere in moto l’imprenditoria nazionale, renderla più competitiva rispetto a quello non solo della Cina, ma ormai anche dell’Europa. A quel punto i vantaggi della ripresa verranno spalmati su una platea molto più vasta, le aziende ricominceranno ad assumere, il reddito pro capite tornerà a crescere e il benessere si diffonderà alla base della società.

Forse hanno ragione entrambi, nel senso che il presidente ha obbedito ai gruppi di interesse che lo hanno sostenuto e ha spinto l’intero partito repubblicano a seguirlo, sia pure in modo riluttante. L’operazione equivale a una vera e propria svalutazione fiscale che, sulla carta, dovrebbe rendere il made in Usa più competitivo. Tutto questo, naturalmente, dipende da come la riforma riuscirà a influenzare lo stato d’animo e i comportamenti degli agenti economici (imprese, banche, borsa, famiglie). In fondo siamo nell’era della “economia comportamentale” che ruota attorno alle scelte concrete di soggetti concreti e non si basa soltanto su astratti logaritmi.

Le conseguenze economiche si vedranno solo nei prossimi mesi. Lo stesso vale per quelle politiche. Queste ultime, tuttavia, sono influenzate da fattori esterni che in questo momento sembrano preponderanti. A parte le manovre di Putin che fanno rischiare grosso la Casa Bianca, la gente si chiede se e come Trump sarà in grado di affrontare la minaccia nordcoreana la quale, a differenza dalle tortuose vicende mediorientali, riguarda eccome l’americano medio se è vero che i missili balistici di Kim Jong-un possono scaricare testate nucleari fino in California. Finora il presidente s’è dimostrato debole e incerto, il tentativo di mettere la patata bollente nelle mani della Cina è apparso maldestro, forse nasconde un asso nella manica. Una cosa è certa: questa volta non basterà un cinguettio elettronico.

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