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Economia e Finanza

PMI & RIPRESA/ Gli strumenti per aiutare a far scorrere il credito

Il Fondo centrale di garanzia rappresenta un importante strumento contro il razionamento del credito alle Pmi. Ed è stato sottoposto a riforma. LUCA ERZEGOVESI

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Fin dallo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2008, il Fondo centrale di garanzia (FCG) ha rappresentato in Italia il principale strumento di policy contro il razionamento del credito alle Pmi. Con il decreto "Salva-Italia" varato dal governo Monti nel novembre 2011, la missione del Fondo si è rivoluzionata. Di fronte alla minaccia di un nuovo shock recessivo, il Governo ha deciso di offrire un sostegno straordinario alle banche esposte verso il sistema produttivo e soggette a requisiti di capitale più stringenti. 

Il fondo offriva, già da fine 2008, la "ponderazione zero" dei prestiti alle Pmi grazie alla garanzia dello Stato. Si è pertanto deciso di sfruttare a vantaggio delle banche questa leva potente di credit risk transfer. Lo si è fatto incentivando l'accesso diretto delle banche alla garanzia statale, senza più passare attraverso il canale preferenziale dei consorzi di garanzia fidi (confidi). Si è così determinata una ricomposizione dell'operatività caratterizzata da incrementi dell'importo medio delle pratiche e da una progressiva contrazione della quota intermediata dai confidi nella forma della controgaranzia, passata dal 51% nel 2012 al 16% nel 2016.

La ricomposizione dei volumi trattati dal FCG è però soltanto il sintomo di un malessere più profondo del sistema della garanzia pubblica. Le patologie sono emerse in occasione del dissesto di Eurofidi, il confidi primo in Italia per dimensioni. Eurofidi, esempio di confidi atipico promosso dalla finanziaria regionale Finpiemonte e dai maggiori gruppi bancari, è stato messo in liquidazione nel settembre 2016 a causa dell'accumularsi di esposizioni in default. La sua operatività dal 2012 era quasi completamente riassicurata dal FCG, ma ciò non è bastato a evitare l'abbattimento del patrimonio sotto i requisiti minimi di Vigilanza a causa di irregolarità nelle procedure di concessione che hanno determinato l'inefficacia della garanzia pubblica.

A seguito della crisi conclamata di tale grande utilizzatore del FCG si è diffuso il timore che la garanzia pubblica fosse usata impropriamente anche da altri intermediari per scaricare sul Fondo esposizioni verso imprese in evidente stato di crisi. Dai pochi dati divulgati (non si dispone di statistiche complete), pare che a livello aggregato i crediti coperti dal FCG abbiano una sinistrosità non troppo difforme da quella media di sistema. Il ministero dello Sviluppo Economico, responsabile dello strumento, nutre però la preoccupazione opposta, cioè paventa che il Fondo sia utilizzato per finanziare imprese che non ne avrebbero bisogno, in quanto "bancabili" anche in assenza dell'ombrello pubblico. Nulla di male in tutto questo, se non il fatto che si devono accantonare fondi rischi anche per queste posizioni, sottraendo così risorse dalla dotazione del Fondo a scapito delle imprese più bisognose.

Per aggiornare un sistema che oggi potrebbe far passare sul Fondo troppo rischio, o troppo poco, i Ministeri competenti (Mise e Mef) hanno emanato il 6 marzo 2017 un decreto di riforma. In particolare, il provvedimento punta a ridurre l'uso indiscriminato della garanzia statale su finanziamenti non bisognosi di supporto pubblico, ad attenuare lo spiazzamento della controgaranzia da parte della garanzia diretta e a perfezionare i criteri di selezione dei rischi mediante più affinati modelli di rating creditizio.

Il piano di attuazione del decreto prevede una fase sperimentale (attualmente in corso) nella quale si applica il nuovo sistema di rating limitatamente alle operazioni "Sabatini" su beni strumentali. Dal 2018 si prevede una graduale estensione all'intera operatività del FCG. Perno della riforma è l'adozione di un modello di rating interno del Fondo ai fini della valutazione del merito creditizio delle imprese. I nuovi criteri di ammissione, rimodulati in base a un modello di rating equivalente a quelli in uso nei maggiori gruppi bancari, dovrebbero fissare un limite massimo di PD per l'accesso alla garanzia intorno al 9% annuo (equivalente a un rating B- secondo la scala S&P). Ciò riflette l'intendimento primario di ampliare la platea di imprese potenziali beneficiarie della garanzia del Fondo, e di focalizzare gli interventi sulle imprese più esposte a rischio razionamento, nel rispetto di standard minimi di affidabilità che dovrebbero escludere le imprese "non sane".

La riforma risolve lo spiazzamento dei confidi? Non completamente. La garanzia diretta mantiene un vantaggio in termini di quota massima di copertura (80% contro 64%) nel caso delle operazioni generiche con rating più rischioso, oltre che nei finanziamenti a destinazione "meritoria", come quelli relativi a investimenti oppure a nuove imprese, microcredito e operazioni finanziarie di importo ridotto. I confidi sono però favoriti da una nuova tipologia di intervento che la riforma riserva loro. Si tratta delle operazioni a rischio tripartito fino a 120 mila euro di importo unitario. In tali operazioni il rischio è suddiviso in tre parti uguali tra Fondo, banca e confidi. In questi casi il gestore del FCG non applica il proprio sistema di rating, ma si fida della valutazione fatta dal confidi. Quest'ultimo deve però rispettare condizioni minime di equilibrio economico e patrimoniale. L'altra grossa novità di questo schema è data dalla controgaranzia statale offerta anche sul terzo di esposizione coperta dal confidi, che però si attiva soltanto nell'eventualità di doppio default dell'impresa finanziata e del confidi che la garantisce.

Come si può giudicare l'impianto della riforma? È sicuramente positivo il superamento dell'attuale sistema di scoring semplificato. Tuttavia, la riforma offre una copertura ancora molto estesa (80%) sulle operazioni trattate dalle banche in garanzia diretta, fino a un importo unitario massimo di 2,5 milioni di euro. Le banche dovranno imporsi un'autodisciplina contro la tentazione scaricare rischi per questo canale, e sarà richiesto in ogni caso un severo monitoraggio dei comportamenti. Per le stesse ragioni, occorre vigilare sulla corretta selezione delle pratiche di minor importo esentate dal nuovo sistema di rating che comprende le nuove operazioni a rischio tripartito.

Quanto al ruolo dei confidi nel nuovo quadro di intervento del FCG, si deve riconoscere con realismo che la riforma non poteva eliminare completamente il favore verso la garanzia diretta. Le banche hanno ancora da smaltire un grosso stock di esposizioni, contiguo a una massa non meno rilevante di posizioni formalmente in bonis caratterizzate però da un alto rischio di decadimento. È ancora forte l'esigenza di abbattere i requisiti di capitale e il costo del rischio.

In questo contesto non ancora normalizzato, quali possono essere gli spazi per i confidi nel futuro sistema della garanzia? Non vedo in questo scenario alternative a un ritorno alle origini, a un modello di confidi selezionatore e consulente delle imprese garantite, basato sull'offerta di servizi a valore aggiunto che generano ricavi per commissioni, consentono di selezionare meglio i rischi e persino di abbatterli agendo sui comportamenti finanziari delle imprese. Il FCG può dare sostegno a questo modello assicurando un volume di operatività adeguato a proteggere la sostenibilità economica dei confidi virtuosi. Si tratta di delimitare e difendere uno spazio vitale rivolto alle imprese di minori dimensioni nel quale i confidi possano far valere le loro competenze distintive avvalendosi della garanzia pubblica a condizioni non penalizzanti. Questa zona protetta si può tutelare in vari modi: limitando gli interventi del fondo alla controgaranzia a livello regionale ai sensi della legge Bassanini, valorizzando le nuove operazioni tripartite, oppure mediante convenzioni tra il FCG e le amministrazioni regionali allo scopo di avviare speciali programmi di controgaranzia con coperture rafforzate.

Sarebbe però riduttivo limitare le nostre riflessioni alla funzionalità del meccanismo agevolativo pubblico, per quanto importante. La posta in gioco, infatti, è molto più alta. Le pressioni per ottenere un accesso più ampio e veloce al FCG rivelano le difficoltà che le banche italiane incontrano nel difendere il business del finanziamento delle Pmi. Pare che questa attività storicamente cruciale per le nostre banche comporti oggi un mix insostenibile di rischi e costi della relazione. 

Sarebbe da irresponsabili pretendere che il finanziamento delle Pmi problematiche sia risolto dalle garanzie pubbliche sui crediti bancari utilizzate come no brainer solution. Per guarire da questa miopia, le banche devono avere un sussulto di lungimiranza. Corrono infatti rischi molto seri in un sistema totalmente dipendente dalla garanzia statale, anche se da loro stesse dominato. Sarebbe un sistema irrigidito, in quanto dipendente dal flusso di stanziamenti pubblici, e fragile, perché si sgretolerebbe al verificarsi di uno squilibrio attuariale tra riserve e interventi, per non parlare della fatale implosione che subirebbe in caso di superamento della ponderazione zero del rischio sovrano dell'Italia.

Esiste una "zona grigia" di imprese vitali, ma ancora carenti nell'organizzazione e nella gestione finanziaria, che rischiano di essere ingiustamente discriminate nell'accesso al credito. L'affiancamento del confidi potrebbe in questi casi trasformare un cliente problematico in uno appetibile per la banca. Si deve scommettere sulla collaborazione tra i due attori, in modo che l'attuale contrapposizione di interessi sia superata in un gioco a somma positiva.

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